Grazie a fortuite coincidenze, qualche mese fa ho scoperto Daniele Celona. In un primo momento, a dir la verità, mi sono avvicinata a lui con una certa diffidenza.

Con fare annoiato di chi pensa, prima di premere play, “sentiamo l’ennesimo con la chitarra, uscito dalla sua cameretta dell’adolescenza, che ci propina frasi alla Dawson’s Creek abbinate, in pseudo rime sgangherate, a pensieri senza senso”.

Ho scelto la prima proposta di YouTube, ovviamente appositamente live, e niente… è bellissimo quando ti sorprendono, sovvertendo ogni tua certezza e pregiudizio.

Così mi sono ritrovata in mente, in loop, quei versi “Nessuno vince sempre/ Nessuno perde sempre/ Nessuno vince sempre/ Nessuno sceglie sempre” (‘La Colpa’ ndr), che tanto stavano bene in quel momento della mia vita personale, così bene che l’ho adorato e poi odiato, di nuovo odiato e poi ancora adorato. E si sa: così nascono le migliori passioni.

Ho avuto la fortuna e il privilegio di poter partecipare al TOdays Festival lo scorso agosto e, guarda caso, chi ha aperto la seconda serata dell’evento? Proprio lui.

 

In questo modo si è suggellato l’impatto positivo della conoscenza, tramutando quella scoperta, avvenuta poco prima, in qualcosa di altamente piacevole.

Come già raccontato nell’articolo sulle serate del TOdays, Celona ha fatto definitivamente breccia  nel mio cuore quando, durante il suo live, ha evidenziato l’importanza e la necessità dei “chitarroni”, che sono per me una sorta di religione. In più, appuro che appartiene alla categoria “autori con il cappello”, a cui dedico a prescindere le mie preferenze. In testa mi è partita immediatamente la citazione: “avevi la mia curiosità, ma ora hai la mia attenzione”.

In quella serata ha presentato, in anteprima, il suo nuovo disco ‘Abissi Tascabili’, il terzogenito, di cui sto per narrarvi.

Ma prima una dovuta carrellata di presentazioni.

Chi è Daniele Celona?

Innanzitutto, una mashuppata sardosiculotorinese, che è già un’ottima partenza: un isolano al quadrato ai piedi delle Alpi non può che essere una persona ispirata.

L’esordio è datato 2012, con l’uscita dell’album ‘Fiori e Demoni’, a cui si abbina la compresenza su palco con Benvegnù, Umberto Maria Giardini e Capovilla . È nota la sua amicizia con Levante, per la quale è stato chitarrista e pianista per ‘Manuale Distruzione Tour’.

Nel 2015 esce ‘Amantide Atlantide’ per Nøeve Records e Sony Music. L’album è anticipato dal singolo ‘La Colpa’, il cui videoclip, firmato da Bruno “Mezzacapa” D’Elia, viene selezionato da MTV New Generation. Successivamente esce il singolo ‘Atlantide’, brano contenente la partecipazione di quella perla di nome Levante.

Nell’agosto del medesimo anno esce l’inedito ‘La Sindrome di Lois Laine’, che vince per il miglior testo l’ottava edizione del Premio Anacapri Bruno Lauzi – Canzone d’autore, mentre ‘Amantide’ viene annunciata nella rosa delle candidate alla Targa Tenco nella categoria Miglior Canzone. A giugno 2016 esce l’EP live ‘Dalla Guerra Alla Luna’.

E arriva questo 2018, quando, con l’anno che volge al termine, dà alla luce ‘Abissi Tascabili, uscito il 25 ottobre.

Siccome evidentemente non aveva raccolto ancora abbastanza stima, come ha reso Celona più entusiasmante questa sua terza creatura? Con la meta-arte, arte nell’arte, spiegazione che preferisco di gran lunga al termine “opera crossmediale”, usato generalmente per la definizione. Spero che il diretto interessato mi possa perdonare questa eversione.

Ancora meglio, è un’opera multisensoriale, la fusione fra suono e immagine, un progetto discografico ed editoriale curato da The Goodness Factory, insieme al Collettivo Stigma e in collaborazione con Comicon Edizioni. Solo con questo accenno di presentazione si percepisce la figata.

‘Abissi Tascabili’ è composto da dieci storie, quindi da dieci canzoni e da dieci fumetti realizzati da altrettanti disegnatori del Progetto Stigma. Una storia, un pezzo a illustratore, il quale ha creato, in libertà, l’immagine suggerita dal testo. Hanno anticipato il lavoro il cortometraggio, firmato da Bruno “Mezzacapa” D’Elia, ‘Shinigami’, feat. Pierpaolo Capovilla, e il primo singolo ‘HD Blue’.

Proprio per questo lato fumettistico, Daniele Celona ha presentato di diritto il disco all’ultimo Lucca Comics.

Un lavoro discografico che è un fumetto, o viceversa, o la stessa cosa. Il video di ‘Shinigami’ è una graphic novel animata, di chiara ispirazione manga. I protagonisti sono Marco e Chiara, che si incontrano per la prima volta, e lo scenario è la città di Torino, fra la Mole e il Po.

E soprattutto c’è lo Shinigami (il Dio della Morte), che prende la voce di Capovilla, il quale aleggia sui personaggi. Un vero e proprio corto, un piccolo quadro animato. Il video ha vinto il primo premio al 36° Sulmona International Film Festival.

Ma ancora non basta, si aggiunge un altro elemento meraviglia. In un mondo pieno di persone che vivono di hater, che ne creano di falsi pur di pregiarsene, avendo ormai stabilito che il successo derivi da un loro ampio numero, Celona è ricoperto di amore dai suoi sostenitori, che hanno un nome preciso “I Celofan” e che sono di fatto co-produttori del disco, grazie alla loro efficientissima opera di crowdfunding, ma soprattutto di profondo credo. La controtendenza: che favola.

Nonostante sia ovviamente presente in tutti i formati, è d’obbligo concedersi questo disco-fumetto (che si trova sia nei negozi tradizionali sia nelle fumetterie) in formato fisico, toccabile, sfogliabile, perché la sua bellezza è la sinestesia.

Dunque, per quanto pregevole il lavoro discografico, se vissuto parzialmente, risulterebbe privato della sua particolarità. Il nome ‘Abissi Tascabili’ rimanda alla struttura di una collana letteraria, della serie di racconti. Celona si autodefinisce nerd e questa forma di espressione appaga la sua passione per il mondo del fumetto, tra fantasia, fantascienza e gusto giapponese.

L’abisso tascabile è quel mondo dietro lo schermo, un mondo potenzialmente infinito, che ci portiamo sempre dietro: il cellulare. L’abisso è, poi, quello in cui è immerso l’uomo, sospeso fra alienazione, solitudine e una sempiterna Sehnsucht. In più, aggiungo la mia visione personale.

Giusto qualche mese fa, per continuare sulla scia delle “cose avvenute per caso”, ho definito Torino bella in modo (fortunatamente) non oggettivo, in quanto sublime in termini kantiani, ossia dotata di un’estetica quasi ostile, davanti alla quale l’uomo comprende il proprio essere limitato: ecco perché non può piacere a tutti.

Di una bellezza che a tratti annienta perché indomabile fa paura. È il trovarsi davanti all’abisso, l’idea dell’assoluto, e il sublime è l’unica forza capace di portare alla conoscenza sovrasensibile, che ognuno di noi porta in sé in quanto soggetto morale.

L’idea dell’abisso, dell’infinito, il confronto col sublime è lo stimolo alla ricerca del tutto. È quello che mi piace credere pensino gli astronauti, per esempio, nella mia immaginazione orgogliosamente romantica.

“L’universo ritornerà qui per noi”, a proposito di infinito, è una citazione del pezzo che apre il disco, ‘Orfeo’, il musicista per eccellenza la cui figura è carica di simbolismi. Non per niente, il testo riferisce sul riuscire a guardare avanti, tra azzardi ed eternità. Chi non ha mai avuto necessità di sentirsi dire “andrà tutto bene”, nel momento in ci si deve sbloccare, si deve affrontare un lancio dal trampolino, come può decidere di avere fiducia in qualcun altro?

Ecco ‘HD Blue’ (dal gusto lievemente afterhoursiano). ‘SSRI (e se sarai)’ è buttarsi tutto indietro, scappare per ritrovarsi.

‘Lupi nel buio’ (feat. Sunshine Gospel Choir) è l’invito al risveglio dal coma dei canoni imposti dall’apparenza; se per qualcuno la vita era un mestiere, per Celona “sopravvivere è un lavoro duro”.

‘Shinigami’, uno dei pezzi migliori, è arricchito dal perfetto ruolo di Dio della Morte affidato a Pierpaolo Capovilla, così rock e teatrale, un Dio che insegue  i due protagonisti, ma dovrà arrendersi: Marco (“che ha imparato a perdere ancor prima di scommettere”) e Chiara.

‘Memorie di un ESP’ è la storia di una delusione. Poi ‘I Ragazzi dello Zoo’, dove lo zoo è la società degli standard e delle imposizioni, in cui il tuo posto potrebbe essere anche definito squallido, ma è tuo ed è speciale, diverso: “wir Kinder”. ‘La Figlia dell’Uomo Nero’ è contro la convenzione e inno all’incoscienza.

 

Poi il mio cuore si affolla di emozione, perché c’è il pezzo con uno dei miei eroi: Paolo Benvegnù, nel ruolo di Dio Mare.

Il brano è ‘Maelstrom’ (eh sì, c’è anche Poe), il gorgo blu richiamato, pregato. E niente: eccola ancora quest’immensità. Il disco si chiude con ‘24617′, che non bisogna essere mamma come me per capire che è un intimo, delicatissimo Cantico alla Madre, un ritratto di Donna, racconto del rapporto più profondo che esista, l’Ecce Homo, il Figlio che si espone nelle sue umane fragilità. E questo Mare che immerge tutto, lega, rende ogni cosa sacrale e indissolubile. Si conclude con un bel po’ di commozione.

Attendendo l’appuntamento del live romano del 6 dicembre prossimo al Lanificio, in cui sarà accompagnato dai suoi altrettanto ottimi musicisti, vi lascio questo consiglio: ascoltate, sfogliate, vivete ed emozionatevi, se non l’avete ancora fatto procuratevi questo cammeo in gemma tra finti gioielli in plastica. Fatevi questo regalo.

di Francescamaria Aiello

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