L’entrata delle Terme di Caracalla si muta al mio occhio in un bosco incantato, l’entrata di mura assume forma di merli di un castello e anche gli alberi diventano fatati.

Attraverso il percorso che porta davanti a Lei, seguendo ideali sassolini bianchi che conducono verso casa, come fossi Gretel dei Fratelli Grimm. Sono nel suo mondo, già in completa venerazione della Regina: la Divina Björk.

Il Golfo Mistico, così chiamato e mai come ora mi sembra tanto pertinente il suo nome, è lo spazio in cui sono ad attendere che si sveli “Utopia”, il suo ultimo disco in studio. Ho al mio cospetto non un palco, ma un’enorme scatola chiusa, che ti comunica contenere qualcosa di magico, immersa in fiori e piante. All’improvviso iniziano a cantare degli uccelli, si appropinqua discretamente a un lato del  palco un folletto, che adagia elegantemente le sue mani sull’arpa, partono le prime note e la scatola si dischiude: è un carillon.

Bjork

La Regina del Bosco emerge al centro di questa piccola giostra elfica, circondata da flora e da elfi di bianco vestiti, un gruppo di strumenti a fiato di sole donne. La fiaba inizia con Arisen My Senses, la sua voce è un incantesimo, tutto è pura magia, sullo schermo esplodono di bellezza i fiori e la natura.

Proprio come fosse un racconto, i pezzi si susseguono uno dopo l’altro, come se uno fosse il capitolo precedente e seguente dell’altro.

E noi siamo lì, rapiti, bramosi di ascoltare questa storia, il suo svolgimento, di conoscere i suoi personaggi, di sapere come va a finire, pur volendo che non finisse mai. Io vorrei fosse una Never Ending Story, ho il cuore a mille, tra Blissing Me e Human Behaviour, per cinque pezzi di seguito, piango. Le lacrime sono dettate da troppa bellezza e perfezione da reggere, da l’immedesimazione totale, dall’essere immersa in quest’atmosfera onirica, dal tocco surreale: è chiaramente la vertigine della Sindrome di Stendhal.

La Ninfa Björk, con la sua tipica estetica del bello nel vestire e negli accessori perfetti, continua nel suo incantesimo a suon di flauti ed elettronica. Si muove come una dea, quale Lei è. È   un film fantasy, il cuore del profondo Nord, dei ghiacci e dei paesaggi infiniti e incontaminati, non esiste più neanche il caldo appiccicoso dell’estate romana, su cui anche lei, più tardi, fa una battuta, avendo un imponente costume addosso e una favolosa maschera.

Non è un concerto, è un’istallazione, una vera e propria opera d’arte, tra il moderno dell’avanguardia e il radicamento alle proprie origini. I video si susseguono uno dopo l’altro, sono come cortometraggi di lei prima cigno, poi dominatrice di draghi e ancora come avventuriera o in mistica ammirazione della natura selvaggia.

Bjork

I costumi, la scenografia, i tempi, i suoni, le movenze: non è semplicemente bello, sarebbe una definizione troppo riduttiva. Questo è il sublime Kantiano, un concetto estetico che supera il bello stesso, potenza annientatrice e contemplazione fuori dal tempo, la presa di coscienza del limite e lo stordimento dell’estasi.

Un’ora e mezza di Poesia, poi lei ringrazia per essere tornati, in quanto saltata la data iniziale a causa della pioggia, e ripete ancora un “Grazie” delicato, che ci ha sussurrato alla fine di quasi ogni pezzo. In fila indiana si accoda ai suoi elfi melodici e scompare. Il carillon ha compiuto i suoi giri di molla. La scatola fatata si richiude. Noi sempre lì, senza parole. Ogni corda della mia anima ha vibrato, ogni particella del mio corpo è in pace dei sensi. Il concerto è sì terminato, ma la magia, quella vera, quella che Lei fa, non finisce mai. Björk non si può limitare in definizioni, è il Miracolo Onirico della Perfezione dell’Arte, non puoi mai veramente descrivere “A dream within a dream”, di cui lei è la massima espressione.

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