È trascorso qualche giorno dalla chiusura della diciottesima edizione del Club to Club e ritorno in forze solo ora per raccontare la mia esperienza.

Sono felicemente distrutta.

Come ha festeggiato e fatto a noi festeggiare la sua entrata nella maggiore età il festival?

Innanzitutto con il record di partecipazione: quasi 60.000 persone provenienti da 61 diversi paesi del mondo, che hanno goduto di 4 giorni di avant-pop, cultura, eventi e musica elettronica offerti da 50 artisti dei 5 continenti. Il tutto suddiviso in diversi scenari, che hanno accontentato ogni gusto estetico: gli spazi urbani delle Officine Grandi Riparazioni (OGR), il Lingotto, la maestosa Reggia di Venaria, l’AC Hotel e Porta Palazzo.

La candelina di auguri è stata il grande logo, autore della grande attesa, che ha illuminato la cupola della Mole. Un simbolo in gran parte meritato: è stata del resto l’edizione più di successo, come ha dichiarato il direttore artistico Sergio Ricciardone, proiettandosi già verso la diciannovesima edizione e citando Battiato.

Noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre

La ciliegina su questa torta di compleanno è anche da identificarsi con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali tramite il Fondo Unico per lo Spettacolo, per la prima volta riconosciuto per questo tipo di manifestazione.

È stata l’edizione del sospiratissimo, grandissimo, Aphex Twin, ma non solo.

Partiamo con ordine. Il tutto si è inaugurato giovedì scorso alle OGR, un super aperitivo, che non ho potuto ahimè condividere, offerto da Tirzah, Palm Wine, Gang Of Ducks e Call Super.

Club to Club

Chi ha potuto e voluto partecipare, non concentrandosi solo sul fine settimana, merita la targa di intenditore.

Durante le giornate del festival, all’AC Hotel, inoltre, si è potuto partecipare gratuitamente alle interviste e alla Radio Room: conversazioni con gli artisti, a mo’ di approfondimento, per arrivare ben preparati alle loro esibizioni.

Io arrivo a far parte dello scenario di questa bellissima giostra per la giornata di venerdì: come una scolaretta al primo giorno di scuola, emozionata, attendo la mia serata preventivamente rigonfia di pianti che farò sicuramente, e così è stato, al live dei Beach House.

Senza indugiare dico subito che è stato così emozionante che mi sento come se avessi incontrato l’uomo della mia vita e mi avesse giurato amore eterno… anzi, no: meglio. Approfitto per far notare come il Club to Club chiaramente non possa essere limitato alla definizione di solo festival elettronico, perché l’offerta e il ventaglio di scelta è ampissimo, aperto a tutte le categorie di timpano e a tutti i gradi di disagio emotivo, soprattutto con un cuore dall’infarto facile come il mio.

Prima dei miei amatissimi si sono destreggiati, fra crack e main stage, prima Elena Colombi, poi dei notevolissimi Iceage e ancora un potente Obongjayar. Subito un mashup di generi dall’elettronica, passando per il rock e arrivando al rap.

Io mi immagino siano arrivati trasportati dalle nuvole qui in terra, direttamente da un cielo color carta da zucchero, tanto che per tutta la durata della loro esibizione sono stati nascosti da una fitta nebbiolina (per rendere così più facile il lavoro ai fotografi). Ma poco importa la vista, perché mi hanno portato all’estasi totale, visionaria.

Ovviamente sto parlando dei Beach House. Ben un’ora e quaranta minuti di live: non solo il loro ultimo album ‘7’, uno degli ascolti più belli con cui si possa onorare il fatto di avere due orecchie funzionanti,  ma anche quelle perle di poesia che sono svariati brani dei loro lavori precedenti.

Il dream pop che si associa ai Cocteau Twins non poteva essere meglio omaggiato e proseguito da quella creatura eterea che è Victoria Legrand, che apprezza il motto del festival “la luce al buio” e dice di sentirsi onorata di farne parte. Quella sagoma su proiettori e luce blu di Alex Scally aggiunge anche che è la loro prima volta a Torino: lo dice con una dolcezza tale che lo avrei rapito e sequestrato per sempre a casa mia. Sono stati divini, onirici, straordinari. E potrei continuare a fare un elenco di pregi infinito mentre mi sgorgano ancora in questo momento le lacrime per cotanta perfezione. Ovviamente la venerazione del pubblico è stata di massa.

Il resto della serata ha visto le esibizioni tra elettronica e techno di David August, Equiknoxx, Josey Rebelle, Avalon Emerson e Peggy Gou (che indossava la maglia della Juventus, regalatale in una precedente occasione dal club torinese). Inoltre, tanto grandissima e fortissima l’esibizione di Skee Mask, quanto meno convincente, per i miei gusti, quella di Jamie XX.

Club to Club

Poi arriva questo sabato così agognato. Apre la serata al main stage un ispiratissimo e dominatore del palco Yves Tumor: misterioso artista che affascina a suon di sperimentale. Dopo le esibizioni su crack stage di Bienoise e Leon Vynehall, arriva sul main un raffinatissimo Blood Orange: sono rimasta incantata. La sua esibizione si è incentrata soprattutto sul suo nuovo album ‘Negro Swan’, poi ha donato anche suoi pezzi precedenti. Un musicista sopraffino, una voce straordinaria. Super notevoli, al limite dello stupefacente, i due coristi. Per un tocco di surrealismo che non guasta mai, tra il pubblico, per un po’ dietro di me, c’è stata Miss Keta.

Le esibizioni di Serpentwithfeet, Dj Nigga Fox e una superba Silvia Kastel sono state tutto uno snocciolare verso il momento X, l’elemento bomba.

Dopo tanta trepidazione e ansiosa attesa, arriva quel logo sparato, Il Logo per eccellenza: su main stage sbarca quella sorta di dio che è Aphex Twin.

La gente intorno a me è folgorata. Io lo venero e sono consapevole di aver preso parte a qualcosa di storico. Il momento più chiacchierato, più discusso, più soggetto a entusiasmi e a delusioni era lì sotto i miei occhi e sfondava a ondate di suono le mie orecchie. Ma devo ammettere che, a rischio di essere divorata viva, per me non era l’elemento fondante che faceva (e ha fatto) unico questo festival. Almeno, non solo lui. Tuttavia è inevitabile riconoscere l’importanza, senza contare che, per quanto si potesse essere impassibili all’idea di affrontare un suo live, al momento del giudizio pratico non si poteva che godere del Maestro indiscusso.

Quasi celato dietro a un mega schermo e a millemila laser sparaflashanti, il Signore indiscusso della consolle.

Alla fine, per quanto si possa esser critici, una sola cosa è stata evidente, innegabile: la sua esibizione è stata un Capodanno dell’esistenza.

Club to Club

A chi è sopravvissuto, la serata ha offerto, in conclusione, Courtesy e Vessel e ha svelato l’ospite segnalato come segreto: Kode9.

Un’uggiosa e intima domenica sancisce a Porta Palazzo la conclusione delle danze, accompagnate dal Giappone degli anime e dei videogiochi. Il saluto finale avviene alla Reggia di Venaria con Primitive Art, Mana e DJ Nigga Fox.

Che cos’è, dunque, questa “luce al buio”?

Non solo è quella che il Club to Club, crogiolo di eventi culturali, ha proiettato per illuminare chi lo ha popolato, vissuto, animato, ma è soprattutto quella scintilla che ha fatto accendere in ognuno di noi. Un pubblico pieno di giovani (tantissimi, come detto, gli stranieri), ma composto anche da tanti le cui rughe sono state scolpite da  un’esposizione più lunga alle sonorità dei live.

Un agglomerato di emozione, sudore e soddisfazione. E allora a questo sempre più importante e invocato evento non possiamo che dare una personificazione: quella del chirurgo, il quale, con accurata precisione, sa dove incidere, cosa far uscire fuori e cosa tenere dentro, cosa aggiustare dentro.

La luce al buio, la vitalità in un tempo che sembra sempre più oscuro e che ci auguriamo che possa disperatamente aggrapparsi a forze salvifiche come questa. La luce è dentro, la luce è fuori.

di Francescamaria Aiello ,

foto di Alessia Naccarato de L’Indiependente (https://goo.gl/9jYS96)

 

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