21 giugno, Festa della Musica. È quasi sera, quindi, presa benissimo, esco per andare a beneficiare di quella che si prospetta una bella serata di suoni in ogni angolo.

La Festa della Musica è quello che mi aspetto, almeno è ciò che ci si aspetta da una ricorrenza del genere nella Capitale. Sono fuori. Vado prima verso il centro, ma, niente: mi sembra una serata infrasettimanale come tutte le altre, nulla mi fa pensare che ci sia qualcosa o qualcuno intenzionato a soddisfare le mie aspettative. Penso “dai, può essere che devo mirare a una scelta dei luoghi, sto andando troppo a caso”, quindi decido di dirigermi verso il posto che più dovrebbe rappresentare il concentrato di gioventù, spensieratezza e note libere: San Lorenzo.

Mi avvio piena di speranza: grave e ingenuo errore.

Metto piede nel quartiere e le strade sono già sintomo di desolazione, la quale annuncia il suo imporsi come mia compagna nelle ore successive: c’è qualche sporadico gruppo di ragazzi che fa il solito giro serale con le birre in mano e punti di ristorazione animati da un’età media abbastanza avanzata. Ma non è la festa del cibo nei ristoranti. Allora, sospirando, guardo un po’ che cosa si è organizzato nei noti locali del posto. Scorro l’agenda di Facebook, quella che segna quei tremila appuntamenti a cui dovrei partecipare nell’arco di una settimana, e decido di optare per la serata proposta al Marmo.

L’evento è dedicato a un famoso tatuatore old school, Sailor Jerry, al cui nome si accompagna l’ulteriore dicitura Rock Fest. Si prevedono per tutta la serata cocktails a base del rum che porta il nome dell’artista americano, un corner con un barbiere di una catena di Barber Shop che presta servizio, grigliate e concerti di tre formazioni.

All’esterno trovo l’esposizione di Harley-Davidson e relativi bikers, all’interno la tipica ambientazione amena del Marmo.

Ordino un negroni, dato in un bicchierone di carta con logo del superalcolico, che sorseggio mentre guardo l’operato del barbiere su un ragazzo. Ai tavoli di fuori la gente mangia, occupata dalle proprie conversazioni. Aspetto la musica. Aspetto.

Sono ormai quasi le 22 e, finalmente, parte il primo concerto.

Si tratta di Johnny Dal Basso: musicista a 360 gradi made in Avellino, che, dopo aver portato la sua one-man band per tutta Italia, ora sta ultimando il suo nuovo disco.

Un lavoro che ci fa sbirciare nel corso della sua esibizione, dove avvicenda brani già conosciuti a qualche piccola anticipazione.

Musica

Animo punk-rock, chitarra monumentale, suoni sparati come colpi di cecchino.

Il messaggio è chiaro: reiventarsi ma rimanere fedele e coerente a se stesso.

Parte di questa sorta di restyling è visibile e udibile, infatti non è più solo sulla scena ma si accompagna con una macchina da guerra, Gianluca “Tilly” Terrinoni, batterista con una solida base teorico-tecnica, che, alternandosi anche nel ruolo di bassista, porta con sé una notevole esperienza lavorativa: da manifestazioni a contest, passando per l’apertura dei concerti di band nazionali e internazionali.

Del live sono molto soddisfatta, tuttavia noto con amarezza che il pubblico è rimasto a mangiare e a chiacchierare ai tavoli esterni, poco curandosi di ciò che stesse accadendo dentro.

Il che mi ha fatto un po’ arricciare il naso. Bella l’iniziativa del Marmo, ma forse non del tutto partecipata. Guardo l’orario e vedo che è già più tardi rispetto a quello che avevo calcolato, quindi lascio il locale, nonostante siano in programma altri due concerti (The Bone Machine e Plutonium Baby), per dirigermi verso quello che dovrebbe essere il luogo di uno degli appuntamenti principali della zona: l’Ex Dogana. Sono previsti qui diversi gruppi, seguiti con una diretta di Radio Kaos.

Se dovessi scegliere un’immagine perfetta che possa descrivere lo spirito in giro del tragitto dal Marmo all’Ex Dogana, sarebbe una foto che ho scattato per gioco: l’insegna di una delle diverse pompe funebri che si annidano verso il Verano. Neanche per sbaglio un localino, una pizzeria, anche con una semplice chitarra e voce, celebra la ricorrenza. E per le strade? Che lo dico a fare. Arrivata a destinazione, la mia amarezza cresce ancor di più: scarsissima la partecipazione alla serata, nonostante la simpatica e buona situazione in scena.

Musica 

Quantomeno mi godo il live di Antunzmask. La seconda oasi felice in questo deserto. 

Il suo concerto parte omaggiando la musica italiana in duetto con Fiore (Fiorenza Morosini): cantano insieme la sempreverde Aida di Rino Gaetano. Cambia registro subito dopo, con gli altri suoi pezzi (come Campari&Gin) dall’atmosfera  rumorosa, hendrixiana. Il visionario Antunzmask si accompagna a due giovani, ancor più di lui, bravissimi musicisti: il batterista Daniele “il Brenza” Beruzzi e il bassista Massimiliano D’Alessandro (di cui ammiro molto il suo talento). Durante la sua versione di O sole mio, lancia anche lui una frecciatina al pubblico, definendolo “giurassico”, dato il poco coinvolgimento, nonostante il suo essere dirompente. Un vulcano esplosivo, che, chiudendo l’esibizione con una lunga jam space rock, eseguita alla fine tra il pubblico, decide di spaccare la chitarra contro il muro. Almeno lui ha regalato un po’ di elettricità alla serata.

Tornando a casa, guardo il programma delle serate successive e noto che ci sarà alta concentrazione di eventi per la sera del 22. Sarà perché è venerdì, sarà che qualcuno ha spostato in differita la Festa della Musica.

Sarà. Mi viene da pensare che, tutto sommato, i video postati su Facebook sull’account ufficiale del Comune di Roma, dove vengono ripresi dei musicisti in piazze desolate, come se non si siano resi conto che non fossero esattamente una buona pubblicità, neanche dai suggerimenti degli utenti, rappresentassero in pieno lo spirito e la sintesi della celebrazioni nella Capitale. E voci di corridoio mi indicano che la situazione non sarebbe cambiata se fossi andata altrove in città. In effetti, se quei pochi eventi organizzati non hanno avuto la possibilità di raccogliere persone come si deve (parliamo di eventi totalmente gratuiti e scommetto che gli assenti sono i medesimi che si lamentano sbuffando e dicendo “non c’è mai niente, è un mortorio”), perché metter su altro?

di Francescamaria Aiello

Condividi