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|Interview| Calabi: quando la scienza si fa estetica della musica

La mia terza e ultima scoperta al Filagosto Festival si chiama Calabi.

A tutti quelli che hanno esclamato “Che fighi i Plastic Made Sofa!”, bene: dovete sapere che lui è Andrea Rota, il cantante, che si è reinventato. Ha cambiato tutto, ma ha fatto rimanere tutto com’era (per riadattare la celebre frase).

Andrea ha 33 anni, è di Bergamo e nella vita fuori dal palco è un fisico teorico che insegna ai bambini. Quando abbraccia la chitarra diventa Calabi, tocco di scienza che si fa estetica della musica.

Ho scambiato due chiacchiere con lui. Ecco il risultato.  

Rispetto ai nomi d’arte che altri si attribuiscono, seguendo tutti una certa scia in voga in questo periodo, il tuo risulta più un alter ego che un artefatto. Andrea è Calabi e viceversa, due facce della stessa medaglia. Proprio come accade tra filosofia e fisica, per le quali l’oggetto di ricerca è il comprendere la verità. Ma mentre la prima cerca di spiegarla, l’altra la descrive. Succede un po’ così a te? Andrea vive il suo quotidiano, i suoi sentimenti, le sue vicende e poi Calabi cerca di narrarle in musica?  La stessa particella che vibra diversamente sulle stringhe. Ho teorizzato bene o, probabilmente, potrei essere io troppo condizionata dai miei studi di filosofia e dal mio amore per Fringe?

Mi piace assai questa tua lettura filosofica del mio essere. Non l’avevo mai interpretata in questo senso, ma devo riconoscere che è nella mia natura oscillare tra questi due mondi, queste due parti di me apparentemente così distanti eppur entrambe necessarie. 

Il passaggio da band a solista, dall’inglese all’italiano, dal rock al pop è solo un cambio nel modo esprimere le stesse cose o lo hai vissuto più come un punto e a capo, una rottura? C’è differenza sostanziale nello scrivere in inglese, lingua sintatticamente e morfologicamente immediata, o in italiano, lingua complessa, ricca e, secondo il mio parere, molto più all’altezza del compito dell’esteriorizzare le sfumature dell’animo. Sei d’accordo?

È stato essenzialmente un passaggio di maturazione, avvenuto in maniera molto naturale. Ad un certo punto del mio percorso ho sentito istintivamente l’esigenza di esprimermi con la mia lingua madre. Il modo di scrivere tuttavia non è cambiato, è sempre dettato da ispirazioni fulminee e guidato da una specie di urgenza creativa. La differenza sostanziale è che in italiano le parole sgorgano dalla bocca come acqua fresca e da autore posso dire che questa transizione mi ha reso più autentico, più vicino alle canzoni che scrivo, più consapevole di avere qualcosa da raccontare.

 

Quello che racconti è l’amore, più greve o più scanzonato, ma di base non del tutto favolistico. Hai veste pop e interiorità cantautorale. Sarà per questo, per il tuo comunicare la carica emotiva in modo semplice e perché che hai a che fare con i bambini, che ti chiedo: se ti paragonassi a Sergio Endrigo in versione synthpop quanto ti potresti riconoscere?

Mi lusinga il paragone con Endrigo. Giusto qualche giorno fa mi sono imbattuto nel suo album Ci vuole un fiore, dove mette in musica le filastrocche di Gianni Rodari. Ho pensato che fosse meraviglioso che due intellettuali del loro calibro mettessero il loro talento al servizio dei bambini, l’ho trovato un gesto di una dolcezza e un romanticismo d’altri tempi che mi ha commosso.

Ora faccio un piccolo tracciato dei tuoi brani fino a oggi: “Le Terrazze”, è la ricerca dell’altrove veicolata dall’amore; “Via Brigata Lupi”, è quasi la sorpresa della leggerezza dell’amore carnale vissuto nel buio della città; “Bleu”, è la fragilità alla fine di una relazione; “Il cielo in un caffè” (che denomina l’EP che racchiude tutte le tracce precedenti), è l’amore desiderato. Poi c’è l’ultimo nato, “Bella veramente”, che è una sbirciata sulle incomprensioni di coppia, cantate su un sound da hit. Come prendono vita i tuoi pezzi?

Mi sorprende l’agilità con cui sei riuscita ad entrare dentro le mie canzoni catturandone l’essenza. Non ho un modo standard di scrivere. Talvolta parto da una suggestione testuale, uno spunto, che magari mi gira per la testa per un po’ e ad un certo punto si concretizza in musica. È il caso ad esempio di Le Terrazze.

Capita invece di prendere la chitarra o sedermi al piano, di abbandonarmi all’ispirazione e ritrovarmi tra le mani una canzone come per magia, in pochi istanti. È il caso di Bleu. La cosa più sorprendente è riconoscermi a posteriori in questi brani scritti così istintivamente, ritrovare dei pezzi di me che si sono materializzati in una specie di flusso di coscienza.

Quando arriverà il tuo disco? Parlami di cosa sta per accadere. Ciò che mi puoi anticipare, ovviamente, del tuo futuro prossimo, ancorato a fedeli compagni di viaggio, quindi al tuo passato, sempre attuale: mi riferisco al fatto che sia la compresenza sul palco sia la produzione sono a marchio Plastic Made Sofa.

Come dici, questo progetto non avrebbe potuto prendere forma senza la collaborazione musicale di Federico, il mio produttore, e Simone, che ci aiuta ad arrangiare i brani e mi accompagna dal vivo.

Con entrambi ho condiviso un pezzo importante della mia vita, i Plastic Made Sofa. Nel mio prossimo futuro ci sarà un album, è questione di mesi.

Ma stiamo già lavorando a nuovo materiale, ultimamente ho scritto molte canzoni che aspettano di essere vestite. 

di Francescamaria Aiello  

foto di Cristina Troisi

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