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|Interview| A tu per tu con gli Endrigo & un pò di sano punk

Quest’anno ho partecipato al Filagosto, un gran bel festival che, negli anni, è diventato una sorta di tradizione per chi abita a Filago, per tutta la provincia di Bergamo e non solo.

Un evento che sprizza amore da ogni poro e presenta un cartellone di tutto rispetto. Ho cercato di partecipare a quasi tutte le serate e ho deciso di rivolgere la mia attenzione a un gruppo in particolare, previsto come apertura all’headliner del giorno.

La prima serata del Filagosto ha regalato (letteralmente, dato che si tratta di un evento gratuito) un concerto dei Fast Animals and Slow Kids, i quali sono ormai dei frequentatori affezionati di questo appuntamento bergamasco.

Hanno anticipato la loro esibizione gli Endrigo, con cui ho avuto la possibilità di parlare dopo il loro live. 

Gli Endrigo sono bresciani, nascono nel 2012, hanno all’attivo due album, un terzo in arrivo e tantissimi concerti. Il gruppo è composto  da Gabriele Matteo Tura, Vittorio Massa e Ludovico Gandellini.

Ha risposto alle mie domande il frontman della band, Gabriele.

Non conoscendovi, ho cercato notizie su di voi in giro, ma c’è molto poco di scritto. Raccontatemi un po’ di voi. Tendete non tanto a pubblicizzarvi, nonostante ne abbiate tutti i diritti, essendo molto bravi.

Diciamo che noi non siamo molto capaci a farci pubblicità. Siamo un gruppo che è nato nel modo più banale possibile: tra amici. E abbiamo intenzione di rimanere in questo modo finché ci è possibile.

Preferiamo rimanere un po’ “terra terra”, non siamo molto capaci di gestire il marketing, perché ci piace fare le cose da soli, però stiamo imparando un po’.

Nasciamo, come dicevo, come un gruppo di amici, che sono arrivati al terzo disco. Gli amici possono essere laboriosi.

Ogni cosa che viene per noi è tutto di guadagnato, perché la nostra massima aspirazione è riuscire ad andare in giro a suonare e quello siamo riusciti a farlo, da qua in poi siamo solo contenti, qualsiasi cosa succeda.

Uno spirito punk reale…

Assolutamente sì! Possiamo dire qualsiasi cosa sul piano musicale, ma sul piano personale ci arroghiamo questa cosa del punk: anni a suonare sui divani, sui pavimenti, in macchina e continueremo a farlo perché ci piace.

Due dischi fatti e il 17 maggio scorso è uscito il video di “Meglio Prima”, dove ci sono anche i FASK. Ora stiamo aspettando questo terzo disco, quando arriva?

Il terzo disco arriva in inverno, abbiamo finito di registrare, stiamo finendo gli ultimi ritocchi di registrazione, poi ci sarà il tempo riflessivo, dei controlli, se va tutto bene. Siamo ai tempi tecnici.

Quindi, possiamo dire che se parlo con voi e di voi parlo di punk. C’è una cosa che dico sempre anch’io e, forse, la stiamo dicendo fin troppe volte. Parlo della difesa dei chitarroni…

Noi abbiamo i chitarroni, ma non ce ne importa nulla. Io detesto questa guerra pro chitarroni, noi ce li abbiamo, perché ci piacciono, ma siamo contro il tifo da stadio per il rock.

Il nuovo disco ti spoilero che sarà alla nostra maniera, ma abbiamo provato anche delle linee un po’ diverse e per noi.

Paradossalmente, ammorbidire  il sound è la cosa meno facile da fare, nel senso che a noi in questo momento sarebbe convenuto spingere, fare un roba più pestata e surfare sul fatto che abbiamo le chitarre e ci si deve voler bene.

Siamo arrivati alla situazione per cui, se provi a sperimentare qualcosa di più “leggero” è più rischioso.

Chi ci ascolta vuole ascoltare del rumore, ma il rumore lo facciamo solo quando abbiamo voglia di farlo, non perché dobbiamo, altrimenti perde tutto il senso.

E il rapporto con Giovanni Lindo Ferretti?

Io pur di stare nell’ambiente musicale, ho fatto un sacco di lavori, dal barista in poi. Ho conosciuto molte persone e l’unico che mi ha lasciato una sensazione strana, un po’ mistica, è stato Lindo Ferretti.

Mi prendono in giro quando lo dico, ma quando gli ho stretto la mano ho sentito una vibrazione strana, un po’ un trip. Lui per anni è stato la bandiera di qualcosa, poi si è rotto il cazzo. Quando ti rendono l’icona di una fazione, ti viene poi la nausea per questa.

Da una parte lo capisco, dall’altro ha predicato cose che nella mia vita mai predicherei, nemmeno per provocazione. Ma sono fatti suoi.

 Gabriele scrivi tu i testi? Che non sono fruibili per tutti. Di “Giovani Leoni” ho letto che si tratta quasi di una seduta di psicoanalisi.

Sì. Scrivo frasi che mi capitano, carine, di effetto, situazioni che vivo e, quindi, sono da una parte di getto, tutto il corpo del testo è di getto, però poi ci lavoro di lima.

Giovani Leoni è una sorta di mia storia, si parte dall’infanzia a un ipotetico futuro, è un riflettere su cosa mi ha reso come stavo in quel momento, un frangente buio, che non è iniziato lì e non è finito lì. È uno scavo nei perché.

Il vostro rapporto con i FASK?

È nato intanto perché siamo più o meno coetanei, abbiamo gli stessi gusti musicali e le nostre strade si sono intrecciate già da un po’ di anni. Abbiamo suonato con loro, a caso, senza conoscerli, nella nostra città.

Siamo diventati amici e il nostro primo disco lo abbiamo registrato a casa loro, dove hanno fatto anche i loro dischi, con Jacopo, che è il loro bassista.

La cosa bella che siamo diventati amici anche con le persone con cui lavorano, il che ti aiuta a vivere anche situazioni come questa, dove sai che il pubblico non è venuto lì per te, che da una parte è bello, ma dall’altra capisci che devi stare al tuo posto.

Devi cercare di fare il più possibile, ma senza infrangere certi spazi. Sapere che dall’altra parte ci sono persone con cui hai un bel rapporto, ti aiuta a viverla un po’ più serenamente.

di Francescamaria Aiello

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