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|Interview| A tu per tu con gli Est Egò: quando la musica nasce in una stalla

Gli Est-Egò sono un gruppo formatosi a Torino nel 2015, composto, appunto, dal già nominato Davide (chitarra e voce), Nicolò Capece (basso e voce), Fabrizio Dell’Aiera (chitarra) e Marco Taverniti (batteria).

Il loro post-rock/space-rock nasce in una stalla, ma non per dire, proprio così, poco fuori la città.

Anche partendo solo da questo si potrebbe pensare, già prima di ascoltarli, che ciò che ne consegue è un suono diverso dal resto, qualcosa che rimanda alla tranquillità e al produrre per il piacere di farlo.

Una volta che li si ascolta, l’impressione è proprio di uno scenario di sogno, fantascientifico, molto concettuale.

Alla lingua italiana viene riservato un ottimo trattamento e per questo non si può che lodarli: la scrittura fa intendere chiaramente una conoscenza letterario-cinematografica e artistico-scientifica, con una strizzata d’occhio alle leggende del Nord, che a me stra piace.

Ne esce fuori un mix di anni ’90 presi bene in versione futuristica e psichedelica.

La band torinese esordisce nell’aprile del 2016 con omonimo concept: un disco che racconta il percorso in un mondo immaginario, Dortmund, fatto di futuri utopici e guerre intergalattiche.

Nel corso dell’anno successivo, hanno avuto modo di portare il loro lavoro in giro, tra concerti e festival, e hanno aperto live di artisti di spicco. Attualmente sono in fase di scrittura, hanno anticipato che sarà un tipo di  stesura più attaccata alla realtà e meno fantasy.

Attendendo il nuovo disco, ho posto loro qualche domanda.

Ho letto che la vostra sala prove iniziale è stata una stalla. Scelta di necessità o (casualmente) voluta? Ha influito e poi contraddistinto un posto lontano dalla città, inusuale, nella creazione del vostro suono, altrettanto distinto dal resto?

È stata una scelta necessaria semplicemente per il fatto che era a metà strada per tutti e aveva un costo ragionevole. La sala si trovava al confine della città costeggiata da un campo volo.

Il casolare in cui abbiamo fatto le prime prove invece era una vecchia cascina, il sistema di volte in mattoni, la mancanza di qualsiasi sistema di riscaldamento e di raffrescamento rispettivamente nel periodo estivo e invernale, hanno influito molto sulla nostra ricerca sonora.

Cosa significa per voi andare oltre il confine? Nel senso: quali sono i riferimenti della vostra musica che rimanda a un confine fantascientifico,  quasi apocalittico? Come mai avete anticipato che il prossimo lavoro sarà, invece, di diversa natura, più “con i piedi per terra”? Cambio di stile?

 Direi che il confine di cui si parla nei pezzi del vecchio EP, ha una duplice natura: da un lato si colloca come il confine tra ciò che si conosce e ciò che invece rimane all’oscuro, cercando una risposta attraverso uno sguardo nello spazio e i racconti e poetiche terrene. Dall’altro lato è un confine interiore, il superamento delle proprie paure, la scelta di porre dei volti concreti ad un’idea.

Il prossimo lavoro è la sintesi di questo percorso di maturazione musicale e personale, che si esprime attraverso il racconto di situazioni tangibili.

Quanto vi riconoscete o quanto vi sentite lontani dall’attuale scena musicale? Considerando che anche voi siete discepoli delle chitarre e dell’uso intelligente della parola, cosa che, affermo io, oggi è veramente poco di moda, se non rara.

In fondo il panorama attuale e il corrispettivo linguaggio sono lo specchio dell’epoca che viviamo. Alcune cose le “skippiamo”, altre le viviamo con una divertita curiosità. Ci piacciono.

Troviamo del bello nella semplicità e nella spontaneità di alcuni artisti in genere stigmatizzati da orecchie più critiche.

In quanto figli di questo periodo non possiamo non tenere conto di quello che ci accade attorno o esserne inconsciamente  influenzati.

Io sono convinta che Torino sia una città da tenere sotto osservazione per quanto riguarda tanti aspetti e uno dei primi è proprio quello musicale. Se lo è, secondo voi, quanto questo luogo, che io adoro proprio perché è decisamente diverso da Milano o Roma, può essere incisivo per distaccarsi dal prodotto di massa, per creare un’arte alternativa e, come nel vostro caso, un po’ onirica? 

Torino è sicuramente una città con un’anima unica, sicuramente ci irradia di un certo tipo di sensazioni. Ma magari faremmo le stesse canzoni pure se vivessimo a Cefalù. Sarebbe bello scrivere un disco a Cefalù d’inverno.

 Una curiosità: ho visto Davide accendere dell’incenso prima del live. È un rito o è stata un gesto fatto solo in  quella serata?

 Davide aveva dietro l’incenso per puro caso. È stato un gesto fatto senza pensarci troppo. Sembrava una cosa carina per creare un’atmosfera distensiva sul palco, vista la natura del set.

Non è un rituale ma magari lo diventerà.

 Quali altre anticipazioni ci potete dare sul vostro prossimo lavoro?  

Sarà un disco pieno di colori che alternerà sogno e veglia, erotismo e divertimento disperato, cinema e vino del discount, Torino e il mare.

 

di Francescamaria Aiello

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