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|Interview| Mataego: ovvero quando la musica è un fiume in piena

Che il 2019 mi abbia fatto intendere che Bergamo sia una città piena di persone che dicono e hanno voglia di dire in musica è un fatto ormai ben chiaro.

Continuo anche in questo nuovo anno il mio viaggio di scoperta in questo territorio: l’onere della figura di esordio del 2020 tocca a Mataego, al secolo Christian Paganelli.  

Nato nel 1991, di Dalmine, Christian ha un inizio di carriera musicale, accompagnato dalla sua fidata chitarra, che è un salto dall’oratorio all’hard-rock.

Una buona premessa.

Affiancando sempre lo studio teorico della musica, fonda la sua prima band, gli Steeltears, che poi prenderanno il nome di Nociva. I loro riferimenti sono da trovarsi nella musica italiana tra gli anni ’90 e ’00, come i Verdena, i Ministri, gli Afterhours e il Teatro degli Orrori. La band fa un bel po’ di live, tra cui uno in apertura a Luminal e Gazebo Penguins al Filagosto 2014, per poi sciogliersi.

Christian diventa redattore di un web magazine e, poco dopo, conosce Giacomo Fadini, con cui fonda i Pugni Nei Reni: duo sperimentale, dal cantato finto inglese e strumenti che spaziano dalle tastiere giocattolo alle loop stations, che ha un buon successo. Contemporaneamente, si dedica anche al teatro come musicista di scena e compositore di colonne sonore: un aspetto che sarà embrionale e formativo per il futuro progetto Mataego.

Dopo quest’esperienza, dal mash up tra i componenti dei Nociva e i Pugni Nei Reni nascono i Moruga, band tra il funk e il metal, che portano in giro una serie di live e che, attualmente, sta producendo nuovi brani.

Christian è un fiume in piena, tanto che, non sazio di quello che già fa, scrive i testi (in italiano) e lavora sui brani di Mataego, il suo progetto personale.

Proprio oggi è uscito il suo primo singolo La Grande Muraglia, che mi ha convinto già al primo ascolto. Il brano è arrivato in Area Sanremo.

È una nuova fase per Christian, più intimista e più introspettiva, uno step successivo nel suo percorso di maturazione in musica. Una voce calda e di buona potenza, tecnicamente impeccabile, lunghi suoni a semi urlato che mi ricordano il miglior Samuel.

Il testo è una riflessione su un rapporto in difficoltà, che non dà pace, “il rancore soffoca fiato e pensieri”, ma che non è finito, ha solo necessità di affrontare e abbattere quella “grande muraglia” di incomprensioni e orgoglio che si è eretta nel tempo. Ma per fare questo ci vuole voglia, stimolo e forza (molto bella la metafora del “posso essere io la tua Mongolia”).

La definizione del suo tipo di musica è data dallo stesso Mataego nella sua bio: folktronica e cantautorato. Non vi resta che ascoltarlo. L’uscita del video è in programma il prossimo 17 gennaio.     

 

Nel frattempo, ho chiesto a Mataego aka Christian di dirci un po’ di più, di presentarsi, ed ecco qui il risultato.

Chi è Mataego, perché questo nome? Soprattutto mi pare di aver capito che è stata una sorta di gravidanza questo progetto, si è formato da embrione a creatura fatta nascere nel giusto tempo, è corretto?

Mataego è la somma delle mie esperienze fatte ad oggi, il punto di convergenza, nato da una gestazione lunghissima (i pezzi più vecchi risalgono a più di cinque anni fa) e concretizzato nel giro di sei mesi.

Guardando indietro adesso credo che il tempo sia stato speso nel modo corretto, farlo prima sarebbe stato semplicemente un anticipare i tempi in modo innaturale: io stesso ho raggiunto un certo livello di maturazione nel frattempo, sia musicale che personale.

Anche il nome è legato a doppio filo con il mio percorso; durante gli studi universitari ho approfondito la linguistica e mi sono imbattuto in un capitolo del libro di testo dedicato alle parole intraducibili, autoctone e legate ad una precisa cultura.

“Mataego” è un termine appartenente alla lingua Rapanui, propria dell’Isola di Pasqua.

Potremmo tradurla con occhi che indicano che una persona ha pianto.
Una bella immagine triste per me che sono appassionato di cose e canzoni tristi!

La Grande Muraglia, il tuo singolo in uscita, sono come un tuo personale Capodanno, un nuovo inizio? Sempre tenendo presente che tutto il passato è un vigilia necessaria e indubbiamente formativa, considerando che ho trovato più che affascinante il passaggio dall’oratorio al progressive-hardrock, per finire alla folktronica e al cantautorato à la Bon Iver e Woodkid.    

La sensazione ad oggi è quella di essere vicini all’orgasmo, nel senso liberatorio del termine: era necessario registrare e pubblicare questi brani in modo da poter guardare finalmente avanti.

Ti direi quindi di sì, nel corso degli anni ho partecipato alla nascita di diversi progetti e ogni volta l’emozione è tanta.

Questa volta sono ancora più emozionato ed impaziente, perché in questi brani mi sono messo a nudo: ho raccontato alcune mie esperienze, ho interpretato personaggi inventati raccontando le loro storie, ho vestito il mio quotidiano di musica.

Il mio percorso musicale non ha fatto altro che definire alcune sonorità e l’approccio alla scrittura dei brani, mi ritengo fortunato ad aver sperimentato molto negli anni passati.

Racconta come sei arrivato in “Area Sanremo” e della tua esperienza. Sono una grande fan di Sanremo e mi piace che finalmente si sia sdoganato nell’ambiente indie, anche se sono nostalgica del suo essere puro fastidioso sponsor democristiano, faceva folklore. Tu cosa ne pensi? 

L’esperienza a Sanremo la definirei formante. Inizialmente ero scettico, poi parlando con Andrea Ravasio (il mio produttore, che ringrazio infinitamente per la passione dedicata al lavoro) abbiamo deciso di tentare l’iscrizione.

La sensazione di partecipare ad una “audizione” è differente rispetto a qualsiasi concerto, è come essere all’esame di maturità: cattedra con i professori (giudici) e tu seduto al banco (in questo caso in piedi sul palco) che vieni interrogato.

La sala è bianca e le luci sono forti: bisogna capire se sei telegenico. Non c’è soundcheck, hai un tot di secondi a disposizione per cantare sulla base.

Puoi portare uno strumento sul palco ma non sarà collegato all’impianto; personalmente ho portato la chitarra e l’ho utilizzata per portare a termine il brano a cappella una volta scaduto il tempo limite della base.

Volevo far capire ai giudici che non sono soltanto un cantante. Hanno apprezzato: ho superato le fasi eliminatorie (eravamo quasi 900 partecipanti) e sono arrivato in finale, assieme ad altri 60 ragazzi. Ho ripetuto la performance nel teatro del casinò di Sanremo, una location affascinante.

Non sono rientrato negli 8 vincitori del contest, ma ho ottenuto un buon punteggio al voto (45/50), con l’approvazione totale di musicisti del calibro di Andy (Bluvertigo) e Petra Magoni. Sono soddisfatto!

Per quanto riguarda il Festival, ti confesso di non essere la persona più adatta a parlarne. Nel corso degli anni l’ho guardato in modo sporadico, concentrandomi sulle esibizioni di artisti che riconosco e ascolto abitualmente. Sicuramente la kermesse è influente e l’aria che si respira all’interno dell’Ariston è affascinante.

Quest’anno però guarderò il festival con piacere, anche io sto apprezzando lo sdoganamento della proposta e a differenza tua non rimpiango assolutamente il “folklore” delle edizioni passate.

Che cosa ci dici del tuo prossimo futuro? Quando esce il disco, spoiler sul video e se hai già in programma i palchi.

Ho ancora dei dubbi su come gestire le uscite e poche persone con cui confrontarmi per cui mi è difficile risponderti, ricorda che al momento sono completamente indipendente e senza etichette.

Intanto mi sto concentrando sul gestire al meglio l’uscita del primo singolo, La Grande Muraglia, in uscita il 10 Gennaio seguito a stretto giro dal videoclip che, detto tra noi, è bellissimo.

Non voglio anticipare troppo ma posso dire che non racconta nessuna storia! Sono immagini meravigliose in movimento, magistralmente organizzate dal regista bergamasco Stefano Testa. Immagini reali e concrete, perfette per generare una reazione differente in ciascuno di noi.

Sarebbe corretto dire che il video racconta una storia differente a seconda di chi lo guarda?
Per quanto riguarda i palchi, mi piace pensare che verranno affrontati con diverse modalità: una modalità acustica, una modalità ibrida ed una completa. Alla Iosonouncane per intenderci.

Purtroppo se la prima modalità è immediatamente concretizzabile, per le altre bisognerà attendere ancora diverso tempo.

Mi piacerebbe dare vita ad un live che riesca a ricreare le vibes lontane e astratte che il progetto si porta appresso; l’idea è ambiziosa e ci vuole tempo, ma ho atteso tanto per arrivare a questo punto e qualche mese in più non mi spaventa!

di Francescamaria Aiello

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