Live Report

|Live report| Vent’anni di Lali Puna al Monk di Roma

Tridecoder, il primo album dei Lali Puna, festeggia 20 anni e la band tedesca ha deciso di celebrarlo con un tour europeo che ha toccato, lo scorso sabato, anche Roma. 

 

Nati in Baviera nel 1998 dall’iniziativa di  Valerie Trebeljahr, (tastierista e cantante), la formazione iniziale prevedeva: Markus Acher (chitarra, membro dei Notwist), Christoph Brandner (batteria) e Florian Zimmer (tastiere), sostituito dopo qualche anno da Christian Heiß.

Consolidarono il loro successo, basato su una raffinata ricerca musicale, col secondo album Scary World Theory, di cui due pezzi furono scelti da Sorrentino per la colonna sonora de Le conseguenze dell’amore.

 Tra pause, progetti paralleli e famiglia, hanno interrotto un silenzio di circa 7 anni nel 2017, con l’ultimo disco Two Windows. Ora, i  Lali Puna tornano con un nuovo EP, Being Water, composto da 5 brani.

Dreampop, elettronica, new wave e nuovi suoni per festeggiare i 20 anni di carriera. L’appuntamento romano è stato al Monk, con grande partecipazione di pubblico.

La voce soave di Valerie tiene insieme una missione impegnativa, a cui devono far fronte tutte le band di lunga vita, ossia essere coerenti ma essere contemporaneamente innovativi.

Il trio è in forma, la vivacità della malinconia è sempre da loro esaltata.

Valerie intrattiene spesso il pubblico, lo coinvolge, si racconta. Tiene a precisare che si celebrano i due lustri di carriera. La scaletta dei brani è equamente distribuita tra pezzi da debutto fino alla contemporaneità.

Il rapporto del gruppo con la composizione è di tipo sperimentale, il che non è sempre garanzia di successo. Infatti, hanno spesso dei picchi di eccellenza alternati a qualcosa di scialbo, dell’electro-pop ripetitivo.

Da simbolo dell’avanguardia di cui erano promotori agli esordi, come può facilmente accadere in casi analoghi, spesso questa band longeva deve lottare a non far rimpiangere la gloria di inizio carriera.

Pur essendo qualitativamente superiori alla media, indubbiamente, forse da un gruppo che si assenta per così tanto tempo ci si attende fuochi d’artificio: questo non è accaduto con l’album del 2017.

È chiarissima la divisione fra primo e secondo tempo, chiamiamolo così, dei Lali Puna: è quello che si può chiamare il pre e il post Markus Acher.

Da un suono più da sogno, più malinconico, a uno un po’ più (quasi) danzereccio, pare proprio per volere di Valerie, la quale con Markus non si è solo separata artisticamente, ma anche nella vita.

L’album del 2017 è stato discusso e Being Water, pur essendo un micro lavoro, ha avuto la responsabilità di dare al pubblico delle risposte.

Valerie, poco curandosi della cosa, ha affermato che questo mini album è stato scritto per se stessa. Un disco che è colmo di citazioni, riferimenti e omaggi, come a Madonna e a Virginia Woolf.

Valerie, per sua stessa ammissione, ha un rapporto controverso con i tempi ultramoderni, che comunque riesce a metabolizzare, ma rimane fedele al passato.

Forse proprio questa sua sorta di snobbismo, quasi come non ricordare che 20 anni fa rappresentava lei stessa l’avanguardia e la novità,  la rende il personaggio, l’amabile musicista quale effettivamente è. 

Protagonisti di un passaggio di staffetta tra un’epoca e un’altra, a livello di produzione e, forse, soprattutto di fruizione, mantengono questo mix pure nell’attrezzatura, che contempla non solo quella di tecnologia più avanzata ma anche sintetizzatori più datati.

Un’unione di due mondi che, tutto sommato, non posso prescindere l’uno dall’altro.  

di Francescamaria Aiello

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