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|Review| Il secondo lavoro di Wrongonyou: Milano parla piano (Carosello Records)

Che gioiellino che ci ha regalato Wrongonyou!

Anticipato dai singoli Mi sbaglio da un po’ e Solo noi due, lo scorso 18 ottobre è uscito il suo secondo disco Milano parla piano (Carosello Records), ricco di novità per, al secolo, Marco Zitelli.

La prima importante notizia è che canta in italiano.

Il suo primo album e tutti i suoi precedenti progetti, invece, sono stati pensati e dati al pubblico in inglese. Rebirth (2018) ha avuto un ottimo successo, tanto che i brani che lo compongono sono diventati colonne sonore per Netflix (Killer in Baby), sottofondi per programmi tv, tracce per film (Sempre meglio che lavorare dei The Pills, Il premio di Alessandro Gassman), sono stati trasmessi in radio.

Inoltre, Wrongonyou può elencare fra gli artisti a cui ha fatto da opening act: James Blake, Niccolò Fabi, The Lumineers, Daniele Silvestri, Levante, gli Austra.

La seconda notizia, come si intuisce dal titolo, è il cambio di città, da Roma a Milano (con cui, comunque, aveva già a che fare, ma stavolta è più incisiva).

Milano parla piano è un mettersi a nudo, non usando più l’inglese quasi come una sorta di barriera, ma non è una rottura stilistica. E’ una sfida, nata dopo l’ascolto di tanta, ma tanta musica italiana, che Marco aveva fino a questo momento poco approfondito.

Dal risultato, è chiaro che ha impiegato davvero poco a recuperare. Chitarrismi, radici sempre affondate nell’indiefolk à la Bon Iver, pop-rock, corni francesi, loop di voci, la collaborazione con Zibba, KATOO, Dardust, Fausto Cogliati e Antonio Filippelli: il nuovo disco è tutto questo.

All’ascolto è un crescendo di malinconia e introspezione, ma non greve, quasi squisito.

La scelta dell’italiano è stata naturale, la scrittura è venuta di getto, dopo una prima fase di focalizzazione. L’inglese si è prestato meglio a una comunicazione simbolica; l’italiano è la manifestazione chiara al pubblico.

Milano parla piano è una richiesta alla città di (sof)fermarsi, di contemplare, di rallentare. La copertina è un artwork che rappresenta il disco: un miscuglio, una rielaborazione della propria immagine, comunque fedele a se stessa.

La prima traccia è Atlante, nata in collaborazione con Dardust e Raina,  che apre con un bel botto soul, il quale mette subito in chiaro che fanno da padroni voce e chitarra. Racconta della positività di avere una persona a fianco nella propria vita. Calma calma (con Antonio Filippelli) parla della frenesia che ci assale e che dovremmo limitare.

Il terzo pezzo è Solo noi due (con Zibba e KATOO): rimanda agli ascolti rockeggianti della pienissima gioventù e parla di una coppia che trascorre il giorno fuori, separata, non vedendo l’ora di ricongiungersi. Mi sbaglio da un po’ è l’inno alla preziosità dei propri errori, prodotto sempre da KATOO: il pezzo contiene 28 voci per il coro, tutte quante di Marco.

Poi la title track, Milano parla piano (scritta con Zibba, prodotta da Fausto Cogliati), dove l’album inizia a prendere quel mood più malinconico. E’ un testo scritto in modo personale, il passaggio dai Castelli Romani a Milano, il rapporto con la città e la propria donna.

La sesta traccia è Più di prima, ballata che racconta quanto sia dura il mondo della musica. Perso ormai è una ballata che ricalca il tema e le sensazioni del pezzo precedente. Il disco si chiude con Ora, il pezzo più introspettivo, di domande e consapevolezze: scritto sul tram, è spontaneo e genuino, due aggettivi che sono anche le principali virtù di Wrongonyou.           

 

di Francescamaria Aiello

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