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E shoegaze sia…[13] Aprile che esplode.

E Shoegaze sia ...In Her Eye

Accade che hai talmente tanta roba da ascoltare che non sai dove incominciare e allora impazzisci, perché credevi che la parabola potesse scemare e invece, per fortuna, sono sempre qui a dirvi che la bellezza c’è ancora e persiste nel suo essere.

Da dove incominciamo?

Partiamo da vicino e poi ci allontaniamo.

Italia, Napoli. Loro sono i Trees, una delle band che già negli anni ’90 iniziava a declinare il verbo del dream pop e dello shoegaze quando i tempi erano perigliosi e non c’era il web a diffondere e a rendere giustizia.

Un pugno di dischi tra il 96 e il 2005, il primo omonimo, Harmonizer e Ash che vi invito a riscoprire. Ora, dopo tanti anni, sono tornati con un album, Epilogue, in formazione originale e licenziato da Vipchoyo Sound Factory, label sempre interessata a suoni tra new wave e post punk.

Epilogue non mostra segni di stanchezza, nonostante l’età non più verdissima dei nostri, ma è fulgido esempio di dream pop dalle nobili e raffinate venature dark.

Le influenze ci sono tutte, dai Cure più romantici ai Cranes, insomma tutto un patrimonio che io stesso adoro. Chitarre sognanti, ritmiche sempre quadrate, misurate, essenziali, synth sempre in primo piano a duettare con le trame chitarristiche di Francesco Candia e su tutto svetta la voce di Paolo D’Addio, che memore del succitato patrimonio, sfodera trame delicate, evocative e sempre cariche di riverbero e giusto pathos.

Un disco che, ovviamente non aggiunge nulla al genere, ma signori, chi se ne cura? Quanto è importante avere un album così ben suonato e così maledettamente marchiato da quei suoni 90’s che tanto amiamo?

Ve lo dico io, oggi conta tantissimo. Fatevi trascinare dalla bellezza di brani come A Winter Tale, dal singolo squisitamente pop Girls love Poets, dalle ritmiche suadenti di A Good Reason to Go. Un disco liquido che si lascia ascoltare dall’inizio alla fine tutto d’un fiato.

Ora, come avevo detto, spostiamoci lontano, ma davvero tanto. Ne ho già parlato in un vecchio articolo sullo shoegaze di matrice europea orientale e ci ritorniamo per quello che probabilmente sarà uno dei migliori lavori del 2019 già da ora.

I Blankenberge da San Pietroburgo, tornano col secondo album, More.

Lo fanno dimostrando di essere una delle gemme più fulgide della nuova ondata shoegaze.

Islands, il primo pezzo, è una landa azzurra, di un bagliore accecante, un’alba bellissima. Look Around, Right Now, More, la title track, Go, sono ricami affascinanti, melodie sospese ed eteree che si reggono sulla paradisiaca voce di Yana Guselnikova.

Cocteau Twins, Pale Saints, Slowdive e tutto quello che vi viene in testa è qui. Shakerato alla perfezione, senza un attimo di pausa per un lungo viaggio tra colori e aurore boreali. Un disco assoluto.

E shoegaze sia… di Dario Torre

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