News

Il reggae dei Tarantola e il nuovo album One Blood.

Tarantola e One Blood

Tarantola, la band fondata di Mauro Lacandia con il nuovo lavoro One Blood.

Tarantola è una band reggae nata nel 2018, fondata da Mauro Lacandia. Il viaggio della band ha inizio nella vibrante Londra, metropoli dove i Tarantola incontrano una variegata comunità di musicisti, artisti, produttori provenienti da ogni parte del mondo. Ed è in questo contesto che la passione dei Tarantola per la narrazione, i valori, le radici e i diversi stili musicali si accende.

La band coinvolge da subito una serie di musicisti di origini diverse e crea una vera e propria famiglia musicale. La musica che scaturisce da questa esperienza è una fusione di ritmi reggae moderni e melodie coinvolgenti unite ad influenze ritmiche, dialetto e suoni provenienti dal Sud Italia e dal Mediterraneo. Il sound si evolve, anno dopo anno, e travalica ogni sorta di confine. Sul palco i Tarantola combinano una grande energia a momenti più intimi di connessione con il pubblico. Il loro scopo è unire e ispirare le persone, creando in ognuno un senso di appartenenza che non dipende dalle origini. In occasione dell’uscita di One Blood, il nuovo album di Tarantola, abbiamo fatto qualche domanda a Mauro, fondatore del progetto.

 Il progetto Tarantola nasce in Italia o è figlio della tua esperienza londinese?
Tarantola prende forma a Londra, ma il nome è nato in una serata tra amici discutendo di questo nuovo progetto che avevo in mente.  Le radici sono salentine, il dialetto, la pizzica, l’anima mediterranea. Ma è stato il confronto con la scena internazionale londinese, multiculturale e vibrante, a spingermi a sperimentare, contaminare, trovare una voce che unisse tradizione e modernità.

Tra l’Italia e l’Inghilterra, dove pensi sia più semplice vivere di musica?
Né l’una né l’altra è facile, ma per motivi diversi. In Italia c’è tanta passione, tanto talento, ma spesso mancano le strutture e un vero riconoscimento del mestiere del musicista. A Londra c’è più professionalità e meritocrazia, ma anche molta competizione e ritmi disumani. La vera sfida è trovare un equilibrio tra i due mondi.

Con il brano “One Blood”, title track dell’album, veicolate un messaggio forte e universale. Qual è stato il momento in cui avete capito che questo era il cuore del progetto?
Quando ho scritto il ritornello, è stato come un’illuminazione. “One Blood” non era solo una canzone, era un concetto, un manifesto. Tutto l’album è ruotato intorno a quella visione di unità nella diversità. È stato chiaro che quello era il cuore: il punto da cui partire e quello a cui tornare.

Il disco è ricco di collaborazioni importanti, da Daddy Freddy ad Awa Fall. Come sono nati questi incontri e cosa hanno portato al sound finale dell’album?
Ogni collaborazione è nata in modo molto spontaneo, ma quella mia preferita è quella con Papa Leu, un grandissimo artista, una persona fantastica e un idolo da tanti anni. Con Daddy Freddy è stato un sogno diventato realtà: ha portato una carica esplosiva e un timbro unico. Questi incontri hanno arricchito il progetto, rendendolo più internazionale ma sempre autentico.

Se doveste spiegare One Blood a qualcuno che non vi conosce, in una sola frase, quale sarebbe?
Un viaggio musicale tra l’Italia, l’Inghilterra e la Giamaica, dove ogni identità trova casa in un’unica vibrazione.

Manuel Scaramuzzino oltre ad essersi occupato del mix ha realizzato la versione dub di “One Blood”. Come è nata questa collaborazione e dove vi siete conosciuti?
Con Manuel ci siamo conosciuti grazie a Treble Lu Professore, e ci siamo subito trovati. È un professionista con una sensibilità rara, capace di capire il suono che avevo in testa e dargli una forma concreta, professionale, massiccia. Una cura dei dettagli spaventosa, che ti fa sentire sempre nelle mani giuste. La versione dub è stata una sua proposta, e per me è stato un onore affidargliela: sapevo che avrebbe saputo rispettare e potenziare il messaggio del brano.

Chi scrive i testi dei Tarantola?
La maggior parte dei testi li scrivo io, quelli in collaborazione con Sabaman insieme, mentre Reggae Beat è stata scritta da Athena e revisionata da me.

Quanto è importante per voi veicolare messaggi con la vostra musica?
È fondamentale. La musica per noi non è solo intrattenimento, è un mezzo di comunicazione, di consapevolezza, di cura. Cantiamo per dire qualcosa, per dare voce a chi spesso non ce l’ha, per costruire ponti tra persone e culture. Senza messaggio, la nostra musica e i nostri concerti non avrebbe senso 

Con quale artista internazionale vi piacerebbe duettare?
Ce ne sono tanti, ma se devo sognare in grande, direi Damian Marley, Alborosie, Capleton, Sud Sound System.

Ringraziamo Mauro Lacandia e Sollevante Press.