Live Report

The Zen Circus live a Roma: il concerto all’Atlantico e la potenza de Il Male

The Zen Circus - Ph. Giulio Paravani | www.csimagazine.it

Tra vecchie ferite e nuove scintille, gli Zen Circus guidano il pubblico dentro e oltre Il Male.

Quando ieri sera sono entrato all’Atlantico, avevo ancora addosso la sensazione della mia chiacchierata con gli Zen Circus di qualche mese fa. Le loro parole su Il Male, su quanto fosse un disco crudo, diretto, senza filtri, mi rimbalzavano in testa mentre guardavo la sala riempirsi. Mi ero chiesto più volte che forma avrebbero preso quelle idee sul palco. Avevo una vaga risposta, ma un conto avere idee vaghe un conto vedere la resa dal vivo.

La band entra, le luci si abbassano, e parte “Il male”. È strano: l’avevo ascoltata tante volte in cuffia, l’avevo discussa con loro seduto in un backstage di una libreria, ma sentirla lì, in quella massa di gente, è tutta un’altra cosa. Mi torna in mente quello che mi avevano detto sul volere un disco registrato “come i dischi veri”: strumenti veri, errori veri, persone vere.

Buona la prima.

Con “La terza guerra mondiale” e “Catene” l’Atlantico diventa un corpo unico. Penso a quando mi hanno spiegato che Il Male non è un concetto astratto ma un modo di raccontare la realtà senza farsi sconti. Dal vivo, questa cosa si amplifica. È come se ogni pezzo aprisse una scatola diversa: la rabbia, la fragilità, le contraddizioni, la voglia di ridere nonostante tutto.

Quando attaccano “Miao” sorrido da solo. Avevo ancora in mente la naturalezza con cui ne avevano parlato, come se fosse nata quasi per scherzo e poi diventata una delle anime del disco. E lì, in mezzo al pubblico che canta come fosse un manifesto personale, penso che forse il male sia anche questo: prendersi sul serio solo quando serve, tutto il resto lasciarlo fluire.

Il concerto va avanti come un flusso senza pause: “Il fuoco in una stanza”, “Andate tutti affanculo”, “Ilenia”, “Vecchie troie”. È impressionamene come i pezzi storici si legano bene con quelli più recenti.

Lo si capisce ancora meglio con “Meglio di niente” e “È solo un momento”, nonostante siano usciti da poco, il pubblico li canta già come se fossero nella scaletta da anni. Dal vivo hanno una freschezza particolare, sembrano fatti apposta per questo tipo di palco: diretti, immediati, senza troppi strati e trovano il loro posto naturale dentro la serata, come se fossero sempre appartenute a quel rumore, a quella gente, a quella energia.

Nella parte finale il concerto si trasforma in una sorta di rito liberatorio: “Caronte”, “Figlio di puttana”, “Ragazzo eroe”. È come se tutto ciò che di sporco, umano, contraddittorio ci portiamo dietro trovasse un posto dove sfogarsi, urlare, ridere.

L’encore arriva quasi come una stretta di mano finale. “L’anima non conta” è un abbraccio dolce e ruvido allo stesso tempo, e “Viva” una chiusura che sembra voler dire: siamo tutti qui, nel male e nel bene, vivi, imperfetti, veri.

The Zen Circus – Ph. Giulio Paravani | www.csimagazine.it

Il concerto finisce, ma l’energia resta.

Il male non si evita, si attraversa. E ieri, per un paio d’ore, lo abbiamo capito tutt* insieme, tra sudore, risate e musica vera.

Di Damiano Sabuzi Giuliani

Foto di Giulio Paravani