Coachella: la tre giorni più famosa al mondo, una quantità di input musicali difficilmente digeribile in 48 ore e che è inutile riportare puntualmente.

La pancia del Coachella l’ha presa tutta Father John Misty, un set incredibile, profondo, la bellezza di “Ballad of the Dying Man” suonata al tramonto californiano è stato uno dei momenti più aulici e musicalmente perfetti.

Ottima la prestazione dei Preoccupations, un gruppo che marcia nel vero e più letterale senso che gli si possa attribuire, forse non sempre piacevolissimi, ma da sottolineare.
Le Warpaint (sul palco del Coachella con il loro produttore) hanno mostrato ancora una volta la loro forza gestendo un big stage, conducendo i pezzi fino al traguardo con evidenti progressi in quello che si può definire mestiere.
Una sicurezza dal medesimo punto di osservazione l’esibizione dei Bastille, il consueto bagno di sudore, invece, ha accompagnato Samuel T. Herring e i Future Islands nel loro spazio, dritti ed emotivi, sempre un diamante splendente.

Diversamente invece è andata per Ezra Furman, ed è un peccato.

Il talento lo ha e lo si conosce dai tempi di “My Zero”, ma si è proposto in una maniera musicalmente sciatta, non solo per colpa sua, decisamente disturbante.
Indossando meno eccessi costruiti, avrebbe solo da guadagnarci, ed il Coachella l’ha sottolineato.
Kaleo, aka Tom Waits che sposa Sufjan Stevens, vengono dall’Islanda, e sembra proprio abbiano un radioso futuro davanti, il loro folk blues è veramente ben suonato, incredibile nasca a cosi tanti chilometri dagli States.

 

Irriconoscibili i Two Door Cinema Club e non solo per il nuovo hair look di Alex Trimble.

Da promessa nordirlandese dell’evolution brit sound di sua Maestà, sono cascati in un impersonale serie di esasperati falsetti a tratti insopportabili, un mix tra Darkness, Bee Gees e Maroon 5.
Una delusione per la grande famiglia dell’indierock, salvata dalla presenza dei Car Seat Headrest, loro si con i crismi della dirompente strapotenza e strafottenza dell’indipendenza.
Empire of the Sun come sempre sulla loro commercial road; arrivato da un altro pianeta invece Hans Zimmer, un live da perdere corporeità e restare solo anime, inquiete e libere.
Bonobo di giorno, come si fa? Come? Penalizzato fin troppo per un genere che necessita di atmosfere visive oltre che sonore.
Grace Mitchell, ha sorpreso tutti. 19 anni, una grinta formidabile, seducente presenza scenica, mai volgare nonostante un look provocante, talento da vendere e se dovessimo scegliere su chi puntare, sceglieremmo lei.

La ragazza di Portland ha quel carisma e quella facilità di scrittura che può portarla solo lontano, i paragoni si sprecherebbero da Alanis Morisette a Courtney Love e Vanessa auf Der Maur, ma si percepisce che ha qualcosa di suo, di proprio, e arriverà presto.

Il set dei Radiohead è stato quello della discordia per il Coachella.

A cominciare dai problemi tecnici che Thom e compagni hanno superato con professionalità ma che hanno inevitabilmente inficiato la performance, passando per la polemica instaurata da Yorke sul pubblico del Coachella, disinteressato agli show ma presente lì solo per il carrozzone in sè.
Può darsi che abbia ragione lui, anzi sicuramente ne ha da vendere, si resta stupiti che questa mescolanza tra audience interessata e meno coinvolta si ritrovi anche in eventi dedicati di queste dimensioni, dove per esserci non è esattamente come accompagnare un amico ad un concerto in un locale da 200 posti e stare a chiacchierare per l’intera serata.

Tuttavia la discesa della qualità dell’audience è un fatto da accettare se headliner del Coachella, non della festa in palestra all’ITIS di Avellino, è il “serial seller” Kendrick Lamar nel giorno dei New OrderBernard Sumner guida una macchina perfetta), oltre che forse i primi a non capire dove ci si trova, e come dare dignità ad un mondo dominato oggi dal “prodotto musicale”, sono anche gli organizzatori di un’edizione colma di errori e lacune.

 

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