Un mercoledì pomeriggio di Giugno, precisamente il 28, sono fuggita dalla totale caldana bolognese,  per recarmi nella totale caldana ferrarese.
Destinazione, “Ferrara sotto le stelle”, concerto di quei tre nerdoni degli Alt-j.

Per chi non li conoscesse, gli Alt-j sono una band Indie/Alternative/Psychedelic/Electro Rock/pop/boh e chi più ne ha più ne metta (impossibile appiccicargli una qualche categoria).
Nascono all’università di Leeds, dall’incontro fra Joe Newman (voce/chitarra), Gwil Sainsbury (chitarra/basso) e Gus Unger-Hamilton (tastiere) nel 2007.
Tra i dormitori di Leeds e Cambridge, probabilmente sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente, iniziano a dare forma ai loro primi lavori che usciranno prima sotto forma di EP, e infine di Album vero e proprio: An Awesome Wave (2012).

Ad esso segue This Is All Yours, secondo lavoro in studio della band.

Ma lì, nella cornice perfetta e intima di Piazza Castello, ci siamo trovati in  circa 5000 per sentire il loro ultimo lavoro:  Relaxer ( 2 Giugno 2017) .

Quel che nessuno di noi 5000 sapeva (o forse l’unica sprovveduta ero io, insieme alla mia amica Grazia, ma questa è un’altra storia) era che il Ferrara sotto le stelle sarebbe cominciato più come un “Ferrara sotto il nubifragio”.

Un diluvio universale da arca, gommone e compagnia bella si è infatti abbattuto su tutti noi, a circa due ore dall’inizio del concerto; quindi, infreddoliti e infradiciati, ci siamo tutti quanti messi in fila ordinatamente ed educatamente per accedere alla piazza, con la speranza che i nostri amici Alt-j non fossero annegati nel fossato del castello durante la calamità di cui sopra. Il cielo  però, alla fine è stato clemente, decidendo di aprirsi proprio alle prime schitarrate dei The Lemon Twigs dei fratelli D’Addario, che hanno aperto la serata ( a proposito, i ragazzi hanno spaccato).

Un paio di decine di minuti per il cambio palco sono la perfetta occasione, per i più assetati di noi, per mettersi in fila alla ricerca di qualche qualche birretta.

E qui vorrei aprire una parentesi per togliermi il cappello davanti ai baretti di piazza castello che hanno mantenuto prezzi umani sulle consumazioni, nonostante la situazione potesse far cadere in tentazione, altro che concertoni ai quali per toglierti la sete devi domandare se il pagamento in organi sia accettato o meno (l’alcolizzata che è in me ringrazia).

Birre alla mano, sulle note di 3WW ( 3 Worn Words) vediamo finalmente salire sul palco i nostri Nerd del cuore, nella loro formazione attuale composta da Joe Newman , Gus Unger-Hamilton e Thom Green, alla batteria ( Gwil Sainsbury ha infatti lasciato la band nel 2014) .

Ho subito la sensazione di trovarmi nel deserto, o nel far west, la stessa che mi ha avvolta quando ho sentito per la prima volta questo primo pezzo di questo terzo album e i ragazzi, rispetto al febbraio 2015 al Mediolanum forum, sembrano tenere il palco con molta più sicurezza e schiettezza. D’altronde i vari tour da sold out sempre e comunque, avranno dato i loro frutti.

Ma è con il secondo pezzo che inizia a fare capolino quella inconfondibile natura degli Alt-J che mi ha fatta innamorare di loro 4 anni or sono,  la mia essenza di An Awesome Wave: torniamo tutti a quella labirintica dispersione totale dei sensi, si inizia a ballare, o meglio,forse,  a fluttuare. È Something Good, ci siamo noi, c’è Joe che canta di un Matador, che potrei essere io, oppure lui, oppure gli altri 5000 che sono lì con me.

Il palco inizia a rivelarsi, illuminarsi e illuminare, il tastierista Gus  ad armonizzare, in un gioco che vede una sorta di canneto di luci verticali incrociate con altre luci orizzontali che  separano i tre membri della band sul palco, quasi fossero chiusi dentro a tre differenti gabbie, o intrappolati in una rete che sembra frutto di un’allucinazione.

Che dire, geometria e matematica fanno capolino nella musica degli Alt-j soltanto a nominarli ( sulla tastiera mac inglese, premendo i tasti alt e j contemporaneamente , si ottiene il Delta, un triangolo, che in matematica è sinonimo di differenza, cambiamento) .

Inizia così quel coro un po’ folkish che è The ripe & Ruin, l’atmosfera si fa solenne, e si inizia a cantare tutti quasi fosse una sorta di inno,  una congrega segreta che si è riunita qui in piazza castello. Non finiamo nemmeno di prendere fiato dall’ultimo coro che ci ritroviamo nelle orecchie, tra le mani, sulla testa, quel bellissimo triangolo, quel Delta di cui parlavamo poco fa: Tesselate recita infatti “triangles are my favourite shape, three points where two lines meets”,  e già al terzo pezzo sono già completamente persa nel labirinto di perfetto equilibrio tra caos e pace che è il suono degli Alt-J.

Un leggero stato di ipnosi dato dalla ritmica di Deadcrush, spiana la strada per uno degli attacchi che più aspettavo: è Nara, e cala il silenzio.

Cala il silenzio però, non come tutti vorremmo, bensì per qualche problemone tecnico che fa saltare completamente l’amplificazione salvo quella del palco. Dannazione.

Ma restiamo tutti pacifici, come si fa a non essere pacifici ad un concerto degli Alt-j? Loro per primi sorridono, alzano le braccia in segno di scusa/resa, e pazientemente lasciano il palco, con dei gran sorrisoni (e questa è una bella novità) .

Tempo di un’altra birretta, in 10-15 minuti il disagio è passato come il nubifragio di poco prima e possiamo finalmente goderci Nara:  Sussurriamo tutti insieme di uno strano amore,  noi e quei ragazzi sul palco, ma lo facciamo con un tono così solenne da farmi venire la pelle d’oca, e anche un po’ di magone, mentre passiamo da cantare sottovoce “I found a love to love like no other can”, quasi fosse una ninna nanna, ad urlare “Hallelujiah” verso qualche cielo lontano.

La mia malinconia non troppo latente viene interrotta (grazie a Dio per me) dall’attacco bello deciso di In Cold Blood , che mi convince dal vivo come mi ha convinta la prima volta che ho sentito il singolo, è la cosa più Alt-j che ci sia in questo ultimo disco che ancora non mi convice del tutto, e poi ti rendi conto che stai cantando un ritornello che è in realtà un codice binario e pensi a quanto è bella la situazione, la pazzia.

Dissolve me, The Gospel of John Hurt e Bloodflood sono poi il tris di assi che decretano la vittoria degli Alt-j in quel mercoledì sera: la prima, mi fa partire definitivamente per il mio pianeta privato, e con la terza parte la lacrimuccia (poi il lacrimone, poi le Niagara Waterfalls) . Eh si, Bloodflood nonostante la sua delicatezza è tutta vita e incalza e rallenta come sangue che scorre, appunto;  quasi non riuscivo a cantare, figuriamoci raccontarvi come mi sono sentita. Posso solo dire che quei “Breath in , exhale” sembravano veramente gli ultimi respiri di tutta la piazza, un mare di gente colpito dal proprio sangue come il mare, appunto, viene colpito dalla coda di una balena (e lo dice la canzone).

Con Every Other Freckle non puoi che lasciarti sedurre.

Con Matilda invece iniziano i cori, e tutti la cantano, è il momento romantico, melodico, da “chissenefregaadessourloancheio” , seguita da Hit Me Like That Snare che non può fare a meno di tirarti fuori quella spavalderia un po’ punk, da ribelle,  mentre ti trovi a urlare “Fuck you! I’ll do what I wanna Do!”.

L’atmosfera si fa di nuovo un po’ onirica, è Taro, che ci riporta a vagare, vagabondare e immaginare,  cosa di preciso non so ancora dirlo, forse luoghi sconfinati e incontaminati, bambini che giocano con bastoni e palle di pezza, forse luoghi di guerra, ma l’idea è comunque quella di essere di fronte a qualcuno che ti sta raccontando una storia molto antica, o moderna.

Fitzpleasure poi, è l’apice della parabola di  seduzione iniziata con Every Other Freckle, quella forse un po’ pericolosa, ti domandi chi sta seducendo chi, se la canzone, tu, loro sul palco o la gente attorno. O non ti fai domande, e segui il flusso. Adoro.

In chiusura, Intro (eh si, un’intro in chiusura, belle cose da stramboidi) , per me una signora intro che vuole dire “non ci prendiamo troppo sul serio, ma facciamo sul serio”, ed è si la perfetta apertura per un disco, ma anche la perfetta chiusura per un live, mi accorgo; ci salutiamo tutti con l’accoppiata forse più pop e melodica, Left Hand Free/ Breezeblocks , concedendoci l’ultima cantatona della serata “Please don’t go, I love you so”.

Che dire, anche a sto giro ho lasciato il concerto con l’aria trasognata di chi ha vissuto bei momenti, anche belli pesi, ma pur sempre belli, e per questo ringrazio quei tre talentuosi nerdoni. Grazie ragazzi, bel concerto.

P.s. rigrazio anche voi, se avete avuto la pazienza di leggere i miei deliri da concerto fino alla fine, vuol dire che siete miei amici, o che siete deliranti quanto me.

In entrambi i casi vi voglio bene.

 

 

 

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