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Cronache Scandinave #2: Il Natale danese e un po’ di rock

Cronache Scandinave: Salvatore dalla Danimarca

Cronache Scandinave: Salvatore dalla Danimarca

In Danimarca il Natale (Jul ) è qualcosa di esageratamente importante.

Al limite della sopportazione. Addobbi, folletti, Babbi Natale, dolcetti alla cannella, candele, vino speziato. E poi Tivoli in festa (Il parco giochi che si trova nel centro di Copenhagen, uno dei più antichi d’Europa), la Stroget (via commerciale) tutta inghirlandata, i mercatini dell’usato (loppemarket), i banchetti del gløgg e del salmone alla griglia, i pølser (salsicce) fumanti e le corse a fare regali in bici. In effetti non sembra molto diverso dall’Italia (a parte le bici).

Danimarca

 

La più grande differenza e che loro metton su gli addobbi ad Ottobre, quando dalle nostre parti si va ancora al mare a prendere il sole, nei fine settimana.

L’ultimo venerdì di Ottobre o il primo di Novembre, è chiamato J-dag, e indica il primo giorno in cui viene messa in vendita la birra di Natale (julebryg), una birra un po’ più forte e dolce delle normali pilsner e spesso aromatizzata. Natale dura tutto il mese di Dicembre e già dal primo del mese cominciano a festeggiare come noi facciamo a ridosso della vigilia di Natale. Poi ci sono i julefrokost, cioè i pranzi di Natale. Un pranzo tipico che dura dalle 4 alle 8 ore durante il quale i danesi perdono completamente la brocca. Il giorno più pazzo dell’anno dove tutto è concesso, si gustano i piatti della tradizione (pancetta di maiale arrosto, patate, aringhe in agrodolce), poi il dessert risalamande, piatto a base di riso, latte e mandorle spezzettate (chi trova l’unica mandorla intera vince un premio), e, ovviamente, fiumi di alcol e tresche amorose natalizie. Mediamente, un tipico danese, ha in programma una decina di julefrokost nel periodo che va da Ottobre fino a Gennaio inoltrato. Se ne organizza una coi colleghi, una aziendale ufficiale, una con gli amici più stretti, una coi genitori dei figli, una coi colleghi di tressette, una in cortile coi vicini di casa, etc. etc.. Ogni occasione è buona, diciamo.

Da buon emigrante, dopo il terzo julefrokost e innumerevoli snaps (acquavite molto alcolica) tirati giù di un fiato tra un pasto e un altro, sono ritornato in Italia per passare il Natale nei luoghi natii a bere spumante, mangiare baccalà fritto e panettone. Non c’è niente di meglio che ascoltare della buona musica quando si cerca di ovviare ai peccati di gola natalizi andando a farsi una bella corsetta.

A questo proposito, vorrei suggerirvi due band scandinave che fanno proprio al caso vostro nel caso i grassi saturi vi perseguitino.

Baby in Vain

Baby in Vain

Ho approfondito questo trio tutto al femminile soltanto da pochi mesi, nonostante il nome della band appaia spesso in giro. Le Baby In Vain sono un gruppo formato nel 2010 da tre adolescenti di Copenhagen, Lola Hammerich, Benedicte Pierleoni e Andrea Thuesen. Un trio che fa scintille. Due chitarre e una batteria.

Non serve altro per fare del buon sano grunge-rock.

Nonostante la giovane età le Baby in Vain sprigionano con professionalità ed esperienza un noise-rock melodico – quando serve – e acido e ruvido, quando il caso lo richiede. Le voci che riecheggiano Courtney Love, PJ Harvey degli esordi e la migliore Kim Gordon, si districano tra maglie possenti di chitarre a limite dello stoner dei Kyuss. I riff sono potenti, energia punk da vendere, malinconia urbana da grunger del nuovo millennio.

Le Baby in Vain non sono infatti passate inosservate alla comunità musicale. Sono state selezionate per seguire band come i The Kills per due tour consecutivi in Europa e negli States ed elogiate da Thurston Moore durante il loro tour di supporto ai suoi Chelsea Light Moving. Dopo anni ed anni di intensa attività live, il momento di realizzare un disco è arrivato e, sotto la guida del collaboratore e produttore di lunga data di PJ Harvey, Rob Ellis, hanno inciso in 12 giorni il loro primo disco ufficiale. Mettetelo in cuffia e iniziate a correre. É una bomba.

Disco consigliato: More Nothing (2017, Partisan Records)

 

EGA Legionnaire

EGA Legionnaire

Ammetto che parto un po’ prevenuto parlando di questa band. Perché li adoro (e perché li conosco personalmente e sono persone fantastiche). Gli EGA Legionnaire sono un collettivo musicale formato da 5 pazzi, che si esprime spaziando dal garage pop al punk sperimentale con imprevedibili digressioni, momenti soffici, sciocchezze che richiamano l’antichità e feroce satira politica.

Basati a Copenhagen, gli EGA sono formati da un gruppo eterogeneo di folli musicisti. La base ritmica è composta da un americano che percuote delle valigie, vecchie parti di bicicletta, barattoli, lastre di latta. Su questa accozzaglia di suoni percussivi, spazia il polveroso e fuzzoso timbro del bassista norvegese che martella sul suo Fender Bass VI. Federico, addolcisce il tutto con il suo synth e crea il tappeto su cui due ragazze danesi si alternano cantando, urlando, rappando, oppure suonando la chitarra con un barattolo di zuppa usato o pestando una vecchia macchina da scrivere Olivetti.

Nei loro testi affilati attaccano i difetti del design degli F35, prendono in giro l’Hygge danese (sostantivo usato per definire un’atmosfera correlata al senso di comodità, accoglienza e familiarità, di cui i danesi vanno fieri), si prendono gioco delle sfide familiari, urlano delle botte al cuore d’altri tempi, descrivono le gioie delle parole erotiche ed oscene dei robot. Durante gli show sono famosi per l’imprevedibilità della apparizione scenica e per il modo in cui coinvolgono il pubblico con macchine da popcorn, aerei di carta, barattoli di latta, giocattoli, bolle di sapone.

Per ora hanno rilasciato soltanto un disco autoprodotto (2017, Scandinavian Hyggenot) e stanno diffondendo la loro magia punk in Danimarca, Norvegia e Svezia. Ma dategli una occhiata, se capitate in scandinavia o se la band decide di oltrpassare il Reno, sono da andare a vedere dal vivo, assolutamente.

Disco consigliato: Scandinavian Hyggenot (2017, independent)

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