Giovanni Truppi è decisamente uno dei cantautori più interessanti della scena musicale italiana contemporanea.

Non solo perché ha qualcosa da dire, ma perché riesce a dirlo anche bene.

Ne è un esempio Poesia e Civiltà, pubblicato a marzo con Virgin Records (Universal Music Italia). Undici tracce raffinate che per certi versi segnano una discontinuità rispetto ai lavori precedenti. Un disco meno grezzo e aggressivo, con le chitarre che danno decisamente più spazio al suo pianoforte e alla sua voce.

Poesia e Civiltà è un disco complesso e molto probabilmente non così facile da metabolizzare nella sua interezza, ma il timbro vocale di Truppi e gli arrangiamenti curatissimi rendono tutto il disco decisamente gradevole e armonico, a prescindere dai testi.

Proprio sulla scrittura delle canzoni avevamo qualche curiosità da esplorare con l’autore, quindi lo abbiamo intercettato all’in-store della Feltrinelli di Roma per fargli qualche domanda.  Mattia La Torre ha poi seguito il suo concerto al Monk di Roma (photo gallery in fondo all’articolo).

Ormai sei uno dei cantautori italiani contemporanei considerati “impegnati”. Ti senti a tuo agio con questa etichetta?

Ho capito che è un complimento e quindi mi fa piacere. Io parlo di cose di cui mi interessa  parlare, non credo di essere l’unico a farlo. Anche se le etichette non mi piacciono capisco che a volte sono necessarie. Quindi alla fine questa definizione mi onora.

È vero che non sei l’unico, ma è pur vero che ci sono altri tuoi colleghi che  rivendicano con orgoglio la leggerezza nei testi e nelle canzoni non tanto per essere più popolari e arrivare a più persone, ma perché c’è chi si considera “cantautori moderni meno politicizzati”.

Mi è difficile esprimere un giudizio sulla scena di cui faccio parte. Mi sembra che questo sia un momento estremamente positivo per la musica italiana. Rispetto a 15 anni fa, quando ho iniziato, c’è tanta proposta. Rispetto ai testi più impegnati, fare un certo tipo di cantautorato vuol dire raccontare quello che ci sta intorno. Magari prendere una posizione. Credo sia sempre il momento giusto per farlo.

Quindi non senti il peso dell’eredità dei vari cantautori come De Gregori, Guccini, De André…

Le persone che nomini hanno lavorato in un’epoca in cui prendere parte alla vita politica e sentirsi in un rapporto di partecipazione e dialogo con la società era la norma, sia per le persone sia per gli artisti. Il fatto che oggi si faccia di meno a me sembra riguardi un po’ tutti noi, non solo i cantanti.

Quindi secondo te c’è proprio una  una mancanza di partecipazione della società alla “cosa pubblica” in generale?

Mi sembra proprio di si.

In un’intervista che hai rilasciato per Rumore qualche tempo fa (ndr: Rumore – Marzo 2019) dici che sei uno che legge molto, non solo narrativa, ma anche saggistica. Citavi Engels, Jung, Jack London, Marck Twain, Carver… Studiosi e autori per certi versi “classici”, ma  la allo stesso tempo per nulla scontati. Quanto c’è di queste letture nelle tue canzoni?

È un po’ come dicevamo prima, come mi sembra naturale la partecipazione alla società  mi sembra lo stesso per la cultura. Sono uno che ogni tanto legge qualche libro, non ne farei una bandiera. Gli artisti in generale sono un po’ come le spugne. Quindi è logico per me prendere input e trasformarli in canzoni.

La mia canzone preferita è “I primi sei mesi da rockstar”, anche perché parte da una vicenda concreta e poi spazia sulla maturità dell’uomo e al passaggio generazionale.

Questa canzone in realtà è molto in relazione con i dischi precedenti. Partire da una piccola cosa per poi arrivare a qualcosa di più grande. Mentre in questo disco ho provato a fare l’inverso: andare direttamente alla cosa più grande, arrivare direttamente al punto di ogni singola canzone.

di Damiano Sabuzi Giuliani, foto di Mattia la Torre.

 

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