Premesso che fare musica può essere un atto più o meno naturale e più o meno ispirato, ma che è sempre un atto rivoluzionario, è evidente che ci sono modalità più o meno semplici da seguire. Nel caso di Cose Difficili, provate voi a indovinare qual’è stata la scelta.

 

Ho scambiato qualche parola con Mattia Tenuta, voce del trio calabrese fresco di singolo uscito il 9 novembre e con un EP in prossima pubblicazione, che ci racconta cosa c’è dietro questo progetto.

Partiamo dalle basi. Chi siete?

Siamo in tre:  Mattia Tenuta  voce e synth in alcuni pezzi, che sono io, Giuseppe Rimini aka Dj Kerò, dj e producer, e Mario D’Ambrosio, bassista funk di vecchia scuola, che dà un po’ di pasta al suono. Io scrivo i brani e li compongo in bozza, poi li arrangiamo tutti insieme.

Il progetto ‘Cose Difficili’ è un tributo ai Casino Royale, perché quella tradizione è un punto di incontro per noi tre. Io vengo dal soul e dall’RnB, Giuseppe dall’hip-hop (ha collaborato con tantissimi artisti come Turi, Kiave, Macro Marco) e Mario viene appunto dal funk. Ho iniziato con il rock steady e lo ska e i Casino Royale del primo periodo erano un riferimento fortissimo. Quando hanno hanno fuso il loro stile con il beat hip-hop, sono stato rapito.

Sono stati importanti anche perché scrivevo solo in inglese inizialmente e quando pochi anni fa ho iniziato a scrivere in italiano abbiamo fatto un po’ di ricerca per trovare una forma linguistica adatta ad esprimerci. Ho trovato spunti nelle cose che mi sentivo più vive, sono tornato alle origini in qualche modo. Ed ecco il ritorno ai Casino Royale, in cui ho trovato spunti importanti per cercare un linguaggio inedito e il più personale possibile.

È stato pubblicato il primo singolo, È Tempo, che anticipa l’EP. Date le premesse, non vediamo l’ora di sentirlo tutto. Il brano ha un contenuto super attuale, ce ne parli?

Il tema è generazionale, ovvero il rapporto fra il tempo che passa e la capacità di rendere solidi ed efficaci i propri sogni. L’ho scritto quando sono arrivato a questa dimensione musicale, dopo un lungo percorso: dal diploma di conservatorio al rock-steady, ad altre mille esperienze. Ma vale anche per la vita  in generale. Una generazione come la mia (ho 34 anni) ha avuto la possibilità di cullarsi nell’inseguimento dei propri sogni contando su diritti acquisiti dai genitori. Ora questi diritti sono diventati privilegi ed è il momento di capirlo, per attivarsi e agire in modo da tornare solidi.

Che ci dobbiamo aspettare dall’EP?

Allora, il prossimo brano sarà leggermente differente come impostazione. Sarà vicino all’ambiente funk. Il primo è quello con una tematica più sociale, più introspettivo, ma rispetto al sound non è il più rappresentativo. Il secondo singolo svelerà la nostra natura nu-soul, funk e RnB, che sarà pienamente confermata dal terzo. Sono dei brani che non affrontano più tematiche “impegnate”, ma sono più personalmente riferiti… Senza la chiave melensa, però!

L’EP sarà tutto un esperimento. Questo è un progetto a metà fra il completamente underground e qualcosa di più mainstream. Ci sentiamo vicini a progetti come Ainè o Davide Shorty, cose così. Poi stiamo anche lavorando sull’aspetto live, in cui vorremmo ri-arrangiare pezzi cantautorali con questi suoni, spaziando da Pino Daniele a Mario Venuti, passando per Luca Carboni, per dirne alcuni.

Abbiamo l’esigenza forte di suonare live, la musica dev’essere live! Ci stiamo concentrando su questo aspetto, anche per rimarcare il fatto che la nostra vocazione è quella di portare dei suoni internazionali, mantenendo però una scrittura legata allo stile cantautorale.

Rispetto al panorama musicale attuale mi sembra di capire che stiate cercando di offrire qualcosa di completamente diverso. Cosa volete offrire con questo progetto?

Il nostro ambiente di riferimento è quello degli anni ’90, Milano/Torino, i Subsonica… Quando vado ad ascoltare qualcuno, voglio capirne l’identità, le tradizioni, gli ascolti e il mondo da cui viene e che ha elaborato rendendolo proprio. Ad esempio recentemente ho scoperto Willie Peyote (recentemente vi abbiamo raccontato un suo live, ndr). Mi piace moltissimo, ha un’idea del percorso che vuole fare, è la linea di congiunzione fra cantautorato classico è rap.

Noi vorremmo far capire i nostri riferimenti, le radici e ciò che ci ha ispirati e formati. Ci piace l’idea di mostrare le molteplici sfaccettature dietro alla nostra musica. Si è un po’ persa la cultura per la musica, ma anche la capacità di riconoscere cosa ci ha formato, il nostro percorso.

E’ un approccio molto “accademico” se mi passi il termine. Si vede che non siete improvvisati e anche se non mi avessi detto che hai studiato al Conservatorio… beh, ci sarei arrivata.

È che siamo vecchi! [ride, ruotano fra il 34 e i 40anni ndr] … C’è dell’esperienza, sì!

Siete un bel mix: riferimenti alla subcultura underground del nord Italia degli anni ’90, nome tributo a una band notissima, provenienze musicali estremamente variegate. E siete calabresi. Com’è fare musica da voi?

Ultimamente bene. Cosenza è sempre stata un luogo virtuoso nella nostra Regione. Dagli anni ’90 abbiamo avuto una scena musicale viva, soprattutto hip-hop stile Public Enemy, una radio libera che ora ha trent’anni, un fermento subculturale importante e vario. Abbiamo poi subito un appiattimento che è comune un po’ a tutta Italia ed è più difficile suonare live, ma il fermento rimane e si vede con la nascita anche di realtà importanti, come Be Alternative (fondatori dell’omonimo festival, ndr). Anche Mamma Dischi di Lamezia Terme è un esperimento interessante. La situazione non è rosea, al sud la più virtuosa è la Puglia, dove politicamente si è lavorato molto bene al supporto della cultura e dello spettacolo. La verità è che senza la possibilità di suonare live, cade la possibilità di crescere.

Alla fine delle domande, io e Mattia finiamo a parlare di un argomento molto attuale: la trap…

L’avvento della trap è un caterpillar mostruoso su tutto, c’è un po’ di annichilimento rispetto agli altri generi. È paradossale, ma va notato comunque come la maggiore sperimentazione adesso venga proprio dall’hip-hop. Detesto la trap alla Sfera Ebbasta, ma sono ad esempio super fan di Salmo. Tutto sta nell’essere obiettivi. La bellezza è ovunque, bisogna eliminare i preconcetti ed essere aperti al nuovo. Certo, non tutto tutto…

È un linguaggio nuovo, come lo era il punk negli anni ’70. Puoi capirlo o no, ma sta proponendo un modello nuovo, che va ben oltre la musica. Gli altri generi, prendi il rock ad esempio, non fanno più sperimentazione. Va riconosciuta alla trap la capacità di arrivare al pubblico.

di Veronica Boggini

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