Vent’anni di carriera e ricerca continua e 13 album all’attivo, di cui quattro con il proprio nome, dopo essere stato Moltheni e – per una seppur breve parentesi – Pineda. A febbraio 2019 è uscito Forma Mentis, un viaggio rocambolesco fra psichedelia e chitarre, che riporta le sonorità rock degli anni ’90 in una nuova e affascinante veste.

 

Lui è Umberto Maria Giardini ed è senza dubbio una delle personalità musicali italiane più eclettiche ed interessanti del nostro periodo.

 Ci ho fatto quattro chiacchiere, forse un pò di più, fra musica e attualità, scoprendo un artista che si definisce “disilluso”, ma che veicola invece messaggi che in tanti – là fuori – dovrebbero prendersi la briga di ascoltare almeno una volta.

Proprio quest’anno fai vent’anni di carriera. Cos’hai imparato in questo ventennio di musica?

Ho imparato che è un lavoro difficile e che più il tempo passa e più mi concentro a suonare per il gusto di farlo, senza altri fini, che siano economici, di visibilità o di pubblico. Mi sto sempre di più avvicinando alla musica e allontanando da tutto il resto.

Ho imparato anche che i tempi purtroppo sono veramente cambiati.

La cultura musicale è nettamente cambiata e i giovani di adesso, gli under 30 per intenderci, non hanno ahimè una buona conoscenza della musica. Li vedo come una generazione sfortunata, ma è anche vero che chi è giovane non se ne rende conto, così come noi giovani negli anni ’80 non ci rendevamo conto di cosa ci eravamo persi con la musica degli anni ’60. Se però devo fare un confronto, oggi la situazione è diversa in senso negativo.

Ho anche imparato che la categoria dei musicisti, così come di tutti quelli che si occupano di arte in Italia, è una categoria di sfigati. Più il tempo passa e più questa consapevolezza aumenta. Ma ho anche imparato a volere bene a tanta gente, ad apprezzare il fatto che c’è qualcuno che ha voglia di ascoltarti e di capire quello che hai scritto.

… e la domanda non nasceva infatti a caso: queste lezioni sono fondamentali per chi vuole fare musica oggi.

Ormai i giovani sanno tutto. Un conto è aver avuto sedici anni quando li ho avuti io e un conto è averli oggi, con internet… Cose che ti danno un panorama apparentemente più ampio, ma all’atto pratico non è proprio così… Oltre a sapere bisognerebbe essere capaci, tanto per cominciare.

La tua evoluzione è costante. In particolar modo se prendiamo Moltheni e poi Umberto Maria Giardini. Quanto sono importanti per te lo studio della musica e la continua ricerca e sperimentazione?

È molto importante, ma qualunque artista ti risponderebbe così, anche se poi non è vero… No, per chi ci creda o no, per me è determinante. Innanzitutto, ho un metodo di lavoro un po’ all’antica, che ho sperimentato nei primi anni e che prevede di passare tantissime ore in studio. Lavorare da un punto di vista pratico, allenarsi continuamente. In questo modo si passa in mezzo a tante ondate di sperimentazione, non dico giornalmente, ma certamente molto spesso.

Durante il lavoro in studio, nelle fasi di produzione, si sperimenta molto. Vengono fuori cose che non si erano preventivate ma accadono. Sperimentazione vuol dire evoluzione, cambiare pelle e guardare avanti. È quindi qualcosa che nel lavoro mi appartiene.

Sono un vecchiaccio classico, ma lo ero già a sedici anni… Non sono cambiato molto! Di testa però sono stato sempre un progressista, probabilmente la mia band preferita italiana è composta da tredicenni che verranno fuori fra qualche anno.

Nell’evolvere però ci sono radici che rimangono… Le tue quali sono?

In tema di ascolti vengo dal rock classico americano. Credo che sarebbero state queste anche se fossi stato ragazzo oggi. Non penso avrei ascoltato Coez o Calcutta, parliamoci chiaro. Non tanto perché l’attrazione verso la musica italiana va sempre più scemando, ma perché all’estero sono da sempre più avanti in termini di qualità e originalità. È stato sempre così, tranne che nel Settecento e Ottocento, quando eravamo noi quelli avanti con la musica classica.

Per quanto riguarda i generi di oggi, che siano il rock e l’hard rock, la psichedelia o il rap e la trap, la credibilità è maggiore all’estero. I rapper italiani personalmente mi fanno un po’ ridere, non mi affascinano né coinvolgono. Ok, mi fanno letteralmente cagare.

Io provengo dalla musica americana degli anni ’60, i giganti della musica come Beatles e Rolling Stones non hanno mai fatto per me, mentre sono sempre stato legato alla psichedelia, ad artisti come i Doors, i Velvet Underground… Sono molto “doorsiano”. Poi in ogni decade ho trovato qualcosa: Black Sabbath e Led Zeppelin negli anni ’70, Soundgarden negli anni ’90…

Sono decisamente lontano dall’esperienza europea, seppur con delle eccezioni ovviamente. Ho avuto ad esempio enormi amori come i The Smiths di Morrissey, i Lloyd Cole & The Commotions…

La psichedelia è il mio amore, la visione nel suono e nei testi, l’approccio sognante. Sempre ritrovata nei Doors, nei Led Zeppelin, nel metal, e così via.

 I riferimenti alla psichedelia e alle sonorità degli anni ’90 si sentono tutt’ora nella tua musica… Un album di luci e di ombre… Com’è nato e qual è l’intento?

L’ho intitolato Forma Mentis, recuperandolo da un album del 2002 mai uscito, perché è una sorta di testamento in cui fra le righe dei testi faccio intravedere la mia forma mentis, appunto. Automaticamente i brani sono molto autobiografici, dal titolo al significato che si può mettere a fuoco a seconda della sensibilità di chi ascolta.

Ogni ascoltatore è legittimato a tradurre ed interpretare in maniera diversa.

L’ho concepito in un paio di anni,  e finché non l’ho concluso da un punto di vista strumentale non ho scritto nulla. I testi li ho ricamati solo dopo, come una cornice all’uncinetto.

Le immagini che costruisci, nelle tue canzoni ma anche durante questa intervista, sono impressionanti per la vividezza che restituiscono.

Tu sei troppo gentile e mi sopravvaluti. Non posso fare che ringraziarti.

Tornando a quanto accennavi prima, ovvero alla libertà di ogni ascoltatore di elaborare il significato delle tue canzoni, ti voglio dare la mia personale interpretazione di Tenebra. Mi sembra un’invocazione di una sorta di riequilibrio naturale e non posso che pensare allo stato attuale del nostro ambiente. Credi che la musica possa avere un ruolo pedagogico? E quanto è importante per te?

La consapevolezza dei giorni che viviamo è fondamentale. C’è poco da essere contenti e solo chi ha il dono della consapevolezza (e sono pochi) può rendersi conto del punto a cui siamo arrivati. Mi viene molto naturale (e non è la prima volta che lo faccio) cantare di quello che provo e sento.

Ti deluderò però tanto, perché sono convinto che non è compito dell’arte sensibilizzare il pubblico. C’è molta leggerezza da parte di chi ascolta. Sono un disilluso, la disillusione mi appartiene di carattere e credo sia il denominatore comune di questo disco. Resto un sognatore, ma contemporaneamente sono pragmatico e ho i piedi per terra. E non ci credo più. Penso che le persone che provano a capire cosa c’è dietro un testo siano poche, per questo penso che la musica fatichi oggi a essere un veicolo per passare dei messaggi. C’è molta superficialità. Anche il tentativo, illusorio di combattere le cose brutte della società è sempre molto marginale. Incazzature momentanee e settoriali.

John Lennon e Yoko Ono: quello funzionò, perché scosse la coscienza di miliardi di esseri umani.  Di fronte ai movimenti di piazza mi inginocchio, e menomale che ci sono, ma non mi basta. Non può bastare.

di Veronica Boggini

 

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