Era da un po’ che aspettavo di sentire Joan Thiele, questa ragazza italo-colombiana di Desenzano del Garda, classe 1991 (come la sottoscritta). E’ stata, per me, uno di quei colpi di fulmine che dal primo ascolto ti fanno desiderare un live e altri pezzi originali.

Il giorno è arrivato, sabato 17 febbraio al Locomotiv Club di Bologna, dove sono arrivata con quella curiosità e quasi ingenuità di chi sente per la prima volta qualcosa che aspetta da molto.

Seduta su uno dei gradini del locale, è bastata una rapida occhiata per notare che il pubblico era prevalentemente molto giovane, nota estremamente positiva in questa occasione (che ci sia ancora speranza per questa gioventù musicalmente allo scatafascio? Speriamo), e nell’attesa c’era il disco di Sharon Van Etten ad allietare le mie stanche membra (e uccidere la mia anima) , sapientemente scelto per fare un po’ di warm up (la sottoscritta ha apprezzato moltissimo).

Le luci calano e Joan, Alessandra, sale sul palco con la delicatezza di un cerbiatto appena imbattutosi in una radura, e con una voce altrettanto delicata ci saluta, emozionata di essere finalmente a Bologna, e ci ringrazia per essere venuti a sentire lei, proprio lei. E questa emozione che traspare dalle sue parole spontanee ma allo stesso tempo dosate, così limpida e genuina, è una di quelle cose che su artisti già rodati ed “esperti” dei palchi raramente riesci a intravedere, e non puoi che augurarle di non perderla mai, nemmeno quando e se diventasse una famosissima artista internazionale, altra cosa che le auguriamo con tutto il cuore. Tutta questa delicatezza, però, non fa che accrescere la sua presenza sul palco, e così inizia il live di Joan Thiele: lei, la sua chitarra e un microfono, in una versione super acustica di Taxi Driver; ci riporta a quelle performance degli artisti di strada in cui ti imbatti, spesso mentre stai camminando di fretta verso qualche impegno, ma che non puoi non fermarti ad ascoltare, girandoti e cercando di capire da dove provenga quella bellezza e rimanendo imbambolato nel trovarne la fonte. Mi sono già innamorata.

Tango, poi, è il primo inedito che siamo felici di ascoltare: come tutto l’album, ci dice Joan, è stato ispirato dal suo ultimo viaggio in Colombia, dove vive suo padre e dove ha vissuto una buona parte della sua giovane vita, viaggio che ha determinato per lei un momento di cambiamento, un culmine di crescita personale ed artistica, che in una giovane donna di 26 anni non è altro che il preludio a qualcosa di ancora più grande. Tango, oltre alle ritmiche elettronico-tribali che caratterizzano il lavoro fin’ora svolto dalla cantante, ha anche del soul e del R’n’b, dove fa capolino una chitarra classicheggiante e latineggiante ma sapientemente distorta; la Joan che non avevamo mai sentito fin’ora ci piace, e infila subito un altro inedito, Waves. Un pezzo liberatorio, quasi selvaggio, che fa venire voglia di correre e sa di libertà, anche qui con una eco tribale che sussurra “lo sai chi sei, non ti rinnegare, abbracciati e inizia a correre”.

Non si fa attendere Save Me , suo primissimo singolo e brano di maggior successo, che l’ha fatta saltare dal bordo del precipizio e iniziare un volo elegante e sicuro. Qui c’è tutta la sua giovinezza, la sua voglia di rivalsa e di movimento, il coraggio di sapere che viviamo in un mondo contro, e la forza per affrontare questa consapevolezza tipica della nostra generazione, felice di essere “diversa” nel cantare con lei, di lei e di noi “I just need a reason why should I changed me to be like you”.

E’ pop, puro, nel senso tradizionale di popular, immediato e coinvolgente.

Ed eccoci qua, sul palco Joan Thiele: giovane? Acerba? Io sinceramente ci spero. Perché se così fosse, allora la forte presenza che stiamo vedendo sul palco del Locomotiv è soltanto un preludio a quello che verrà dopo, e possiamo già sfregarci le mani e scaldarci le dita per far partire un bel pre-acquisto del suo disco, che uscirà quest’anno, e di tutti gli altri che verranno dopo.

Come pensavo non è poi mancato l’omaggio a Ms Lauryn Hill, “uno dei suoi idoli”, come dichiara la stessa Joan: la sua versione di Lost Ones è ritmata, un hip hop che tende al pop perfettamente riadattato, in chiave rock, alla sua voce e alla sua cifra stilistica, che padroneggia con una sicurezza e una personalità degne di nota.

“Scrivo anche canzoni romantiche ogni tanto”: così Joan presenta la sua Mountain Of Love, terzo inedito e quindi terzo regalo della serata. E ce ne stiamo tutti così, ad ascoltare questa favola ambientata in un mondo come immagino un mondo dream pop, dove ritmi e colori si inseguono, si aspettano, ripartono e giocano a nascondino.

Quarto e quinto regalo per gli avventori del Locomotiv si susseguono con Lampoon e Blue Tiger, quarto e quinto inedito della serata, determinando la vittoria di Joan Thiele su questo palco. Se ne andranno tutti, me compresa, con molto su cui riflettere e tanta tantissima voglia di sentire questo disco. Nel frattempo l’unica cosa che possiamo fare è goderci il momento, la sorpresa, ascoltando attentamente, con gli occhi e le orecchie fissi su di lei.

L’atmosfera si fa infatti così intima e accorta che la stessa Thiele ringrazia con parole grandi, da grande, importanti:

“Vi voglio dire grazie, grazie perché non è facile ascoltare ciò che non si conosce, anzi, in generale non è facile ascoltare, per questo vedere tante persone così attente a quello che sto facendo, mi rende davvero felice” .

Siamo quasi in chiusura, e non manca Rainbow, attraverso la quale ci viene cantato e suonato un romanticismo dei più profondi che l’essere umano possa vivere: l’amore per la mamma. E, effettivamente, è come se stessimo vedendo un vecchio filmato, o ancora meglio una sequenza di diapositive fatte di colori vividi, carezze, abbracci e aria di casa, con quel senso di sicurezza e di colore/calore che solo lì possiamo avere.

A chiudere definitivamente , col botto, ci pensa Armenia, primo singolo estratto dall’album l’estate scorsa: questo pezzo è infatti la perfetta fusione della pluralità di stili e culture che hanno plasmato questa poliedrica e talentuosa ragazza: c’è l’elettronica delle tastiere, c’è una ritmica fortemente sudamericana che, coi suoi tamburi, è la colonna portante del pezzo, c’è tutta la Colombia di Armenia, sostenuta da cori che sono una eco della cumbia colombiana. Traspare tutta la forza di Joan Thiele su questo pezzo, e insieme all’ultimo inedito e ultimo pezzo della serata, Polite, annunciato come prossimo singolo in uscita, la ragazza sembra voler dichiarare e rendere noto che è cresciuta, è una donna, consapevole, pronta per fare il salto. Il ritornello recita “Tonight don’t trust me”, ma questa sera, a lei, ci crediamo eccome.

Lo spettacolo che abbiamo visto è il preludio a quello che, sembrerebbe, un disco ricco di contenuti sia tematici che stilistici, importante e non banale, perfettamente in linea con questo momento storico/musicale. D’altronde anche Joan è figlia del suo tempo, e da quello che ci ha fatto sentire, il suo tempo potrebbe presto essere un padre molto orgoglioso.

 

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