Cinque anni dopo aver definito nuove architetture sonore con l’ineguagliabile Immunity, per presentare il nuovo album Jon Hopkins ci porta nella costellazione electroglitch di Singularity nella hall di Spazio 900.

In una cornice tutta marmo e richiami al ventennio, tendenzialmente frequentata da una fauna di camicie bianche e doppi tagli, il producer inglese arriva con una data del suo tour europeo nella capitale, stravolgendo per una sera l’ecosistema dell’habitat che lo ospita.

Jon Hopkins

Ad aprire la serata è Indian Wells, che non risulta ispiratissimo. Il cosentino porta avanti un set improntato su pochi beat e riferimenti più sperimentali, forse nel tentivo di accostarsi alle sonorità di chi lo seguirà, senza nessun picco danzereccio in grado di smuovere davvero il pubblico.

È un peccato perchè non cimentandosi in quello che gli riesce meglio – i suoni caldi e trascinanti,il producer calabrese si relega a ruolo di mero traghettatore senza aggiungere molto alla serata.

L’ora in compagnia di Indian wells scivola via tra le chiacchiere e le paglie di chi in balcone attende l’artista per cui ha pagato il costo del biglietto, facendo un po’ rimpiangere la Kelly Lee Owens che ha aperto altre date del tour in giro per l’Europa.

Con un’insolita puntualità, alle 00:30 proprio come da timetable Jon Hopkins sale sul palco. L’attacco è lento, un ulteriore warm up fatto di scale lente e progressive intermezzate da suoni corti e acuti.

È l’universo in cui l’artista ci vuole catapultare, un viaggio di effetti sincopati e frequenze radio disorientanti che prendono gradualmente velocità – ma l’auspicio riesce a metà.

Jon Hopkins

È chiaro (o comunque parto dal presupposto che lo sia per tutti) che Hopkins non sale sul palco in chiave di Disk Jokey, ma vuole caratterizzare un live fatto più di sensazioni che non dalla smania di far ballare il pubblico.

La formula non riesce appieno proprio perchè il set, nonostante sia improntato sulla presentazione di un album che per stessa dichiarazione dell’artista nasce con l’idea di essere un’unica lunga traccia, non ha la stessa impostazione nella modalità di condivisione con il pubblico.

Gli intermezzi – i silenzi, tra una traccia e l’altra sono troppi e spezzano l’incantesimo in cui Hopkins in passato era riuscitato a incastrarci, con dei Live senza soluzione di continuità in cui poter tirare il fiato solo a fine show.

La prima parte del live è fatta quindi di una successione di tracce prese dai due album che più che un viaggio interstellare danno l’impressione di una corsa in metropolitana.

 

 
 
 
 
 
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C’è però da considerare un altro aspetto: le tracce che si susseguono sono tutte mine, impreziosite da un sistema audio che è davvero esplosivo, potente.

Non nel senso di volume sparato forte, ma qualitativamente ottimo, che permette di godere di tutte le distorsioni e delizie con cui Jon permea il suo sound.

Partendo dalla new entry emerald rush, le tracce sono incredibili e a nessuno se non al sottoscritto sembra importare qualcosa della pause che intercorrono. La doppietta Open eye signal – breath this air è irresistibile e in un’alternanza di accellerazioni e ritmi più blandi si arriva al break, dopo solo 50 minuti che puzzano effettivamento di poco.

Jon Hopkins

L’encore non si lascia attendere troppo, e viaggia in un’altra direzione. Si abbandono i riferimenti agli album e si passa a una cassa dritta incontenibile, strutturata con la solita complessità Hopkinsiana ma con l’anima da dancefloor puro, travolgente, un crescendo techno stupendo che continua fine alla fine dello show, che si conclude amaramente dopo 1h 20min di durata complessiva.

C’è spazio ancora per un paio d’ore in compagnia di SA soundsystem, con le classiche sonorità che chi frequenta le serate L-ektica conosce bene, con il feat. speciale dell’allarme antincendio che spara il suo beat à la Justice per una buona mezz’ora.

Alle 4 tutti a casa, Spazio 900 chiude, i bori con le hogan sono pronti a riappriopiarsi del loro habitat.

di Alberto Ratto

 

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