C’è chi grida al genio, chi grida al clone, chi rimane interdetto e non dice nulla.

Margherita Vicario non ha bisogno di grandi presentazioni, la conosciamo: cantautrice, attrice e chi più ne ha più ne metta.

Il 16 gennaio 2019 è uscito per INRI un brano che anticipa il suo nuovo progetto discografico, dal titolo “Abauè (Morte di un Trap boy)”.

“Salutiamo soldi e puttane, droghe e gioielli, depressione, nichilismo, autolesionismo. Ci siamo divertiti tanto, ma adesso basta.”

“Siamo arrivati a un punto di non ritorno, di superamento. La musica richiede contenuti, vuole conoscere altre culture, altri pensieri sul mondo.

Mi prendo la briga di festeggiare la morte della Trap e tutto quello che rappresenta. D’altronde, mentre le ragazze vanno ai concerti dei loro idoli stampandosi sulla maglietta la scritta “cagna”, chi può fare il funerale alla Trap se non una giovane donna? Comunque è una morte felice, arriverà altro, basta guardarsi intorno.”

“Ho scritto ABAUE’ dopo aver visto un servizio televisivo della TV Svizzera che raccontava di un ragazzino di 16 anni finito in comunità per disintossicarsi dalla codeina, dal Makatussin.”

Quando l’intervistatore gli ha chiesto ‘Perché hai iniziato a fare questa cosa?’ il ragazzino ha risposto ‘Perché lo sentivo nelle canzoni’. Allora mi sono affidata a due note di violoncello funeree e mi hanno portato nella testa di un Trap Boy.”

Nel messaggio che vuole lanciare la Vicario c’è qualcosa di profondamente opinabile e qualcosa, invece, di giusto. O per meglio dire, comprensibile.

La critica alla Trap è ormai una questione vecchia, stantia, poiché si torna sempre allo stesso discorso: è giusto imputare alla musica un ruolo prettamente educativo?

Eppure, la Trap non è il primo genere musicale i cui testi fanno riferimento ad alcol, droghe e via discorrendo.

Forse sì, attualmente il rischio è maggiore perché sono maggiori i canali di fruizione e tutti i ragazzini – spesso minorenni- sono in possesso di uno smartphone tramite cui accedere a contenuti di ogni genere, ma eccedere con il moralismo è un atteggiamento piuttosto anacronistico.

D’altro canto, come dicevo, è anche comprensibile dal momento che il suo pubblico di riferimento non siamo noi, non è quella fetta sociale che analizza i fenomeni musicali e li contestualizza, ma sono per lo più gli stessi spettatori delle prime TV di canale 5.

Non c’è dunque da stupirsi che lei abbia preso in esame questa estrema conseguenza sociale a cui può portare un testo musicale e l’abbia trasformata a sua volta in una canzone.

Di giusto poi – e qui utilizzo con cognizione di causa il termine giusto – a mio avviso, c’è anche l’evocazione della morte della Trap, quantomeno della Trap italiana: il problema non è l’assenza di contenuti, o la rivendicazione di valori “sbagliati”, ma il fatto che sia diventata una parodia di sé stessa, qualitativamente inferiore rispetto al resto del panorama europeo e americano, destinata a un processo di auto-distruzione e al contempo di evoluzione, dato il periodo storico in cui è tutto terribilmente accelerato.

Ci auguriamo quindi che sì, la morte -o il superamento- della Trap (italiana) avvenga presto.

Per quanto riguarda il testo in sé, è un bel mix: autoironia, sarcasmo, critiche generaliste ma critiche anche ben pensate “Tutti i soldi ancora lì”, che è un palese attacco alle filosofie dei trap-boy, in cui tendenzialmente quei soldi vengono spesi.

Insomma, è un’autrice consapevole, sa quello che scrive, sa come scriverlo ma soprattutto sa a chi rivolgersi.

A livello sonoro, la canzone è prodotta da DADE (Davide Pavanello) e mixata e masterizzata da Simone Squillario.

La melodia è ipnotica, cadenzata, che a tratti ricorda le ninnenanne dell’Africa occidentale, con un beat tribale che accompagna il cantato rap-pop.

Il video, girato da Francesco Coppola, si svolge tra atmosfere lugubri, cupe, composte da freaks, altre più gioiose e allegre, con bambini sorridenti e danzanti, coreografie che ricordano il già citato mondo tribale-africano.

Non si può negare che tra le contaminazioni ci sia un po’ di Rosalía e a tratti un po’ di Arca, ma ciò non toglie che il risultato finale sia comunque molto buono.

Margherita Vicario ci ha consegnato quella che reputa una valida alternativa alla Trap e forse sarà questo il suo superamento, o forse no, ma sicuramente si è messa in gioco e ha realizzato un progetto coraggioso che avremo modo di valutare nel suo insieme una volta rilasciato l’album per intero. Attendiamo speranzosi.

di Alice Govoni

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