Dieci anni alle spalle e ora un primo disco, “Revolution”, che vuole cambiare soprattutto la storia della band dei Light in the Sky, quartetto ligure di impronta internazionale.

 

La vostra band nasce dieci anni fa, ma arrivate all’esordio su LP ora. Ci raccontate com’è andata? 

La Storia dei LiTS nasce appunto 10 anni fa e sebbene ci  si sia sempre posti l’obiettivo di proporre pezzi propri, all’inizio il progetto era orientato verso una dimensione più live, dove i primi brani originali erano inseriti in un contesto costituito principalmente da cover.
Grazie all’esperienza acquisita nel corso degli anni si sono poi raggiunte l’amalgama e la consapevolezza necessarie per affrontare la produzione di un album. Circa 3 anni fa abbiamo così deciso di concretizzare questo percorso dando vita a Revolution, il nostro primo LP.

Cosa ci potete raccontare del vostro esordio su LP?

La realizzazione di Revolution è stato un percorso che ha alternato momenti di grande soddisfazione a momenti di difficoltà, poiché abbiamo avuto modo di confrontarci con l’immenso lavoro della ricerca del giusto equilibrio.
Nel complesso, siamo molto soddisfatti di questa esperienza sia a livello musicale, in quanto ci ha permesso di collaborare con professionisti quali il maestro Gianni Serino e il Drum Code Studio, che a livello di crescita personale.

La vostra band ha due chitarre e un suono molto rock. Non sembrate molto influenzati dalle mode del momento…

Tendenzialmente ciascun componente dei LiTS ha radici provenienti dal rock “vecchia scuola”, anche se col passare del tempo ognuno di noi ha poi avuto modo di approfondirne le diverse sfumature. Tuttavia, la nostra visione del rock si basa sul concetto dell’energia e del sound tagliente in cui tutti gli strumenti si miscelano
nella loro essenza in atmosfere “moderne”.

Un occhio al passato guardando al futuro, con la speranza che quel rock che ancora oggi muove migliaia di persone (delle quali facciamo parte) a macinare km per i concerti possa tornare a risplendere nella sua gloriosa magia.

Come nasce la canzone “Taxi Driver”? Siete fan dell’omonimo film? 

Taxi Driver è un brano d’impatto e molto rock. Sin dal principio ha evocato atmosfere molto “urban”. La figura del tassista, nel suo essere criptica, è molto iconica. Ci è sembrata la più adatta a rappresentare il ruolo di Caronte, colui che di fatto traghetta le anime, ma che in un certo senso ne è anche a sua volta guidato, in una sorta di reciprocità dei ruoli.

Proprio come nel film di De Niro di cui abbiamo sicuramente imparato a cogliere aspetti più misteriosi quanto curiosamente affascinanti, ci accompagna nel viaggio metaforico raccontato in Revolution.

Di che cosa parlano i vostri testi?

I nostri testi sono piccole storie raccontante in chiave metaforica, che prendono spunto da momenti o situazioni reali che hanno segnato profondamente il percorso di crescita degli elementi della band, ma che vanno a toccare tematiche ed emozioni in cui tutti si possono a tratti identificare.

Sostanzialmente ciascun testo è un gradino verso la conquista di sé stessi attraverso la lotta quotidiana con le nostre paure, schemi e precetti. Solo affrontando i nostri limiti e aprendoci alle situazioni che la vita ci offre possiamo operare la nostra rivoluzione interiore e trovare la nostra vera essenza.

Ci fate il nome di una band o di un artista che vi influenza particolarmente?

I nostri ascolti sono molto diversificati ed eterogenei, anche se sono accumunati da una matrice profondamente rock, nelle sue diverse sfumature. Per citarne alcuni: Pink Floyd, AC/DC, Foo Fighters, Joy Division.

Come sono i LiTS dal vivo?

I LiTS cercano di portare nei loro concerti una grande energia. L’intento è far sì che ogni live diventi sempre più occasione di aggregazione e condivisione, dove il muro invisibile tra chi sta sul palco e lo spettatore sia sempre meno presente.

 

di Lorenzo D’Antoni

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