Live Report

|Live Report | Caparezza, Prigionieri ad Arco (Climbing Stadium)

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Prisoner 709 , il settimo album in studio di Caparezza, è uscito nel Settembre del 2017. A meno di un anno di distanza il rapper-cantautore pugliese ha iniziato il tour estivo. Oggi vi raccontiamo la tappa trentina del 18 Luglio, ad Arco, in provincia di Trento, in una location molto particolare…

A due passi dal centro di Arco si trova il Climbing Stadium che (come suggerisce il nome) è una struttura generalmente adibita alla pratica dell’arrampicata. Si sa che i tranquilli e riservati trentini sono macchine da guerra per quanto riguarda l’aspetto organizzativo, e in questa occasione non hanno deluso tale aspettativa: Caparezza e compagnia bella (parliamo di due coriste, quattro musicisti, un cantante e almeno quattro ballerine e ballerini) hanno avuto a disposizione un ampio palco a due piani. Noi del pubblico, invece, un prato woodstockiano di 500 metri quadri.

Chiunque abbia avuto a che fare con Caparezza sa bene cosa aspettarsi: uno spettacolo rap-rock caratterizzato da materiale di scena, costumi, maschere, coreografie, video, giochi di luci… e sa pure che ogni canzone è accompagnata da una scena che la rappresenta, e che i concerti seguono un filo narrativo.

Alle prime voci robotiche di “Infinto”, brano con cui ha dato il via al concerto, ci siamo ritrovati in una distopica fabbrica di manichini per crashtest che hanno cominciato a marciare.

È salito su un cerbero ad “Argenti Vive”, poi ha spogliato Dante del suo ruolo, e abbiamo scoperto che la vera passione del Sommo Poeta è fare lo stilista e organizzare sfilate di moda della collezione Autunno-Inferno.

Ha cantato “Confusianesimo” dall’oblo di una lavatrice alata, e “Chinatown” navigando su una barchetta di carta pregna di parole incise con l’inchiostro.

Ad un certo punto ha levitato su una scopa da strega.

Insomma, questi sono solo pochi esempi: sarebbe eccessivo narrare ogni scena, così come sarebbe riduttivo. Meglio assistere.

Le 24 canzoni della scaletta e le relative scene ci hanno condotto attraverso un tema centrale di Prisoner 709: la reclusione di un’artista in un genere, in uno stile, in un’immagine, e nella sua ricerca a tratti ossessiva, come riflesso della prigionia dell’essere umano in un corpo, in un nome, in un ruolo e in un contesto.

Caparezza non si limita a essere l’avvelenato narratore dei disagi di un ristretto ambito socio-culturale; non si affida a un linguaggio regalatamente scurrile, aggressivo, vuoto, e a un’estetica costruita intorno a canoni di facile costume. Attraverso i suoi brani ci ha raccontato sinceramente buona parte di sé stesso senza essere autoreferenziale, e al contempo è stato, come sempre, un crudo e attuale politico e un concreto filosofo che si rivolge a tutti.

Con la sua ironia distensiva, leggera ma non frivola e alle volte toccante e tragica, ad Arco si è presentato come prigioniero e ci ha imprigionati; però alla fine, con la sua critica sagace e pungente, si è liberato e ci ha liberati (o almeno ci ha provato).

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