I Sad Clowns li conosciamo ormai da parecchio.

“Lotus Spring” è il primo EP dei Sad Clowns, composto da 5 tracce.

Si apre con “Stains” che da subito la cifra stilistica della band. Tempi dilati in puro shoegaze, climax in ascesa e conclusione con un assolo graffiante tra il garage ed il rock.

La stoffa non manca, sfido chiunque ad ascoltarli senza sapere che sono calabresi e a non cercarne immediatamente un’esibizione su KPXP.

“The Girl who belongs to many Boys” è l’animo tagliente e ilare del clown, che nasconde una rabbia profonda e tagliente. Un pacchetto made in Arctic Monkeys.

Con “Acid Rain” si ritorna sulle atmosfere più proprie dei Sad Clowns, seppure in qualche misura vicine ai Kings of Leon.

Quello che colpisce è la capacità di realizzare armonie rarefatte nel loro blue smoke unite con il timbro incredibilmente espressivo di Mykyta Tortora, che allungandosi sulle ultime sillabe somiglia ad un ghigno beffardo.

“Another Page of Daily Pain” è il capolavoro dell’EP, unisce una serie di dinamiche e ritmiche capaci di rendere esattamente la percezione del sereno sconforto al termine di un’altra giornata di lavoro in attesa dei propri sogni, che anche oggi hanno mancato l’appuntamento.

 

A chiudere l’autobiografica “The Sad Clown”, un brano che profuma di salsedine di fine estate e di serpi che si nascondono tra le piante sul ciglio della strada.

Potrei paragonarli a Mac de Marco, ma non sarebbe corretto. Potrei dire che hanno le maglie di Bleach dei Nirvana scolpite nell’anima, ma sarebbe inesatto. Detto degli Arctic Monkeys, nel caso dei Sad Clowns c’è la percezione netta di un diamante grezzo, di un assorbimento genetico degli ultimi 60 anni di musica e della loro traduzione in uno sguardo interno quanto distante nella realtà.

Abbiamo per questo motivo deciso di realizzare con loro una live session, e di sostenerli in questo percorso, sapendo di aver avuto ragione.

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