Qui casa Khalisa.

Francesco Gallea controlla il primo gorgoglio del caffè, nella sua mansarda affogata di vinili e fotografie.
Sorrisi e suoni, tutto ben cristallizzato.

Luca Macaluso si aggira scalzo (è la regola della casa) cercando di scorgere, senza troppo avvicinarsi al balcone, se qualche nuvola verrà in suo aiuto: niente da fare, 35 gradi e sofferenza.

E’ con questa semplicità che i Khalisa Boys mi accolgono, la stessa con la quale iniziamo la nostra chiacchierata, un lunedì mattina bolognese.

Partiamo dalla genesi di Khalisa, come nasce?

GalleaTantissime volte chiacchierando con Luca abbiamo pensato ad una nostra etichetta, abbiamo immaginato di farlo senza poi, alla fine, dare un seguito a questa idea. Ma quando Cappa ( Ugo Cappadonia ndr) ci ha parlato del progetto Stella Maris e la fase era quella in cui c’era da scegliere l’etichetta, allora abbiamo detto: lo facciamo noi! Quindi la sua nascita è stata improvvisa, di corsa, Umberto (Umberto Maria Giardini ndr) ci ha proposto anche altre cose, da seguire nel tempo dopo questo primo progetto, ma Khalisa ci ha imposto da sé ritmi altissimi.

Da dove arriva il nome Khalisa?

G: Khalisa è il nome in arabo di uno dei quartieri più popolari di Palermo, la Kalsa, che vuol dire “l’eletta”. Capisci perché i tempi li detta lei? (ride)

Andiamo un po verso il cuore, qual è la visione artistica, discografica, qual è il profilo di musicista con il quale vorreste lavorare?

LucaAl momento siamo così minuscoli che sentirò, toccherò questa cosa quando avrò tra le mani il vinile dei ragazzi. Fondamentalmente io e Ciccio abbiamo due visioni artistiche che credo siano “forti”.
Lavoro da anni in questo mondo, ed ho ricoperto qualunque tipo di ruolo, da musicista a tour manager, da merchandiser al backliner, quindi ho raccolto tutte le idee che partorivo ad ogni fine serata e sto provando a tirarne fuori una, poi, a causa della mia esterofilia,  magari non riuscirò a realizzarla al 100%, però mi piacerebbe aiutare le band e gli artisti.
Amo molto il “Do it yourself”, non mi piace che si aspetti  che l’etichetta faccia tutto, mi piace la gente che s’impegna e si sbatte, anche perché poi di soldi in tasca non se ne mette nessuno. Certo magari un giorno sarebbe bello potere pagare i dischi, produrre, scegliere e tirare su artisti, ma c’è tempo e strada da fare. Anche perché, tornando al punto di prima, se il punto di partenza fosse il denaro, sarebbe quello sbagliato.

Ritornando al nome, alla Kalsa, c’è anche l’idea di portare dentro quest’etichetta la visione del sud, del lavoro paradossalmente, potrebbe essere una battuta ma non lo è assolutamente, e del racconto?
Tentare, insomma, di contaminare gli artisti con i quali lavorerete con il vostro background?

L. Questo è inevitabile. Ma perché mi sono reso conto, essendo del sud ed avendo lavorato con persone del sud, che siamo incisivi nella vita quotidiana delle persone, gliela invadiamo completamente! Vogliamo la gente vicinissima, la compressione dello spazio intorno.
Però non so come funziona, io ad esempio amo vivere qui a Bologna, per gli stimoli e la produttività che riesco a trarne, ma amo allo stesso tempo la musica del sud del mondo. Forse vorrei più portare la nostra visione, Ciccio è ferrato su un tipo di musica, io su altri, e l’obiettivo di iniziare un disco da prima dell’inizio è forse ambizioso, per questo voglio farlo quando sarò in grado di farlo, sulla base del lavoro e dell’esperienza. Ora no, mi sento di dovermi approcciare umilmente.
Poi che consigli vuoi dare a Umberto che è il re incontrastato della musica italiana, una sua frase ti schianta, che cazzo gli posso dire? Anzi, sarà il contrario.
Però mi piacerebbe trovare un bluesman di novant’anni in un ospedale, ma in Italia so che non lo troverò mai!
Per questo ritengo una gran fortuna poter lavorare adesso con questa band incredibile, dove c’è Cappadonia che oltre i pezzi con gli Aura, ha fatto un disco solista veramente scritto bene, dove c’è Gianluca Bartolo del Pan del Diavolo, che scrive pezzi meravigliosi come già faceva coi GRANPA, e dove c’è Emanuele Alosi alla batteria e Paolo Narduzzo al basso.

E allora, qual’è la posizione di Khalisa sulla situazione attuale della musica italiana dal punto di vista interno, di addetti ai lavori?

F. Se abbiamo deciso di metterci pure noi dentro è da un lato per capire meglio come funziona, ricollegandomi al concetto di umiltà di Luca, dall’altro perché tantissima della roba che esce non ci piace. Quando tutto questo era soltanto un gioco, la prima cosa che ci siamo detti è stata ma perché non facciamo semplicemente la musica che piace a noi?


Io ascolto la musica italiana, mi piace ma vedo poca roba, non ne sento la consistenza spesso.
Poi se parliamo di altro che non è musica ne vedo troppa.
Non è un bel periodo in Italia, si suona in posti che non sono adatti, c’è gente sui palchi che non sa suonare, obiettivamente! Ma riempiono i palazzetti e dunque, commercialmente, magari ho torto io.
Mi rimane la libertà di non comprare il disco. 

L. Io a volte rifletto sulla comunicazione,  mi rendo conto che stanno sparendo i manifesti dalle strade, l’attacchinaggio era, ed è per me, qualcosa che riesce a catturare l’attenzione anche di chi, normalmente, non verrebbe a quel determinato concerto. Se poi il locale vuole sempre lo stesso pubblico, fidelizza via web ed è contento.  Ma se sapessi chi ha ragione e dove saremo tra due anni, minchia sarei un fenomeno!
Sulla situazione attuale delle etichette invece ti dico, ognuno di noi vorrebbe essere il punto di rottura della sua epoca, ma sono sempre stato affascinato dai losers, quelli che vengono scoperti o ricordati 20, 30 anni dopo, perciò non mi preoccupo troppo dell’oggi, il giusto, senza lucro.

F. E comunque a noi piacciono proprio tanto i manifesti, tanto. (ride)

Cosa consigliate di ascoltare in questo momento?

F. Ah io quello che ho messo su da qualche minuto, Cesare Basile. Capolavoro. 

L. Io sono tornato a Ry Cooder, solo quello ultimamente, sono tutto su di lui.

Prima di salutarci, appuntamenti con Stella Maris?

F. Allora, venerdì 16 uscirà il singolo ed il video in digitale, successivamente, verso metà luglio probabilmente, il vinile del singolo, che sarà un 12 pollici 45 giri con tre tracce, 1 lato e A e 2 lato B, uno dei quali sarà un inedito presente solo su quel vinile, una chicca insomma.


Il disco uscirà ad ottobre invece. Tutto dilatato nel tempo, come si faceva una volta. Ci sarà ovviamente anche il tour, sul quale ancora non possiamo annunciare nulla.
In tutto questo lavoro collaboreremo con La Tempesta, anzi ringraziamo Enrico (Molteni ndr) che ci sostiene, che conosciamo da anni grazie a Gianluca e al Pan del Diavolo, anzi possiamo dirti che saremo presenti infatti l’8 luglio alla Tempesta sul Lago con il nostro banchetto.

Quello che si percepisce è che Khalisa non vuole essere così indipendente da vivere circondata di 30 persone e sfociare nell’autoreferenzialità, ma in Luca Francesco c’è realmente la voglia di sostenere qualcosa di diverso e condividerlo con tutti.

La base c’è, ma da qui in poi starà ai ragazzi farsi strada, in bocca al lupo!

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