Solo due giorni fa , lo scorso 5 Maggio, gli OLLA hanno pubblicato il loro secondo album, “A day of Thousand Years”, pubblicato per Collettivo Dotto /Soundrop.

Così, incuriositi da quello che sono riusciti a produrre abbiamo deciso di non fermarci alla semplice recensione, ma di approfondire con loro la gestazione di questo nuovo nato.

Ragazzi, partiamo dall’inizio, dal nome del vostro ultimo lavoro, “A day of Thousand years”. Evoca immediatamente un rapporto col tempo, dilatato e forse eterno nelle 24 ore. Come nasce questo titolo?
E’ un verso del secondo brano del disco. Abbiamo cercato di fare un disco senza pensare molto ai generi, quindi trasversale anche rispetto al nostro passato, rispetto al tempo e alle nostre influenze, senza riferimenti, di genere e moda.  

Addentriamoci nel sound di questo secondo album, tra violini e trombe sono frequenti le incursioni “alte”, un retrogusto di jazz che da spolvero ai brani. Che genesi e che metodo di scrittura avete utilizzato, ma soprattutto l’intimità che trasmettono i brani, che è qualcosa che avete dentro, in che luoghi l’avete ricreata e protetta per lavorare?
I brani nascono praticamente tutti, per questo disco, dalla chitarra e dalla voce di Fabio (Padovan, cantante della band, ndr). Abbiamo ripreso lo scheletro delle canzoni, stravolgendole nell’arrangiamento come band al completo, ognuno apportando il proprio pezzo, lavorando sempre nel nostro studio per un po’.

Poi ci siamo rinchiusi in studio con Moreno Rapillo, che ha registrato e mixato il disco al Chronobeach Project Studio, a Torino: ci ha messo pazienza e ha cercato di catturare una forma di registrazione il più possibile vicina alla presa diretta, per non perdere il calore delle sessioni. Credo ci sia riuscito, e non era facile, anche perché siamo sempre stati una band molto “da studio”, che viene da territori sonori anche vicini all’elettronica. Abbiamo cercato di “asciugare”, insomma. Abbiamo voluto poi chiedere un intervento esterno, per aprire un po’ gli orizzonti. Elena Diana (violoncello) l’abbiamo seguita negli anni, nei dischi dei Perturbazione. E’ stata molto disponibile. Ramon l’ho visto suonare come ospite dei New Adventures in Lo-Fi, e mi aveva sorpreso già nel live, si è rivelato un musicista eclettico e molto intelligente. Siamo stai fortunati ad avere il loro aiuto, e devo dirti che è stato molto semplice inserirli nelle canzoni, visto la loro sensibilità.

Se non sapessimo che avete base a Torino, nessuno penserebbe che siete italiani, forse di Chicago. Qual è il vostro rapporto con la musica di casa, e quali artisti invece avete ascoltato durante i lavori di questo disco?
Grazie del complimento, davvero. Senza pensarci troppo: Balthazar, Angus & Julia Stone, Phoenix, the National, Sophia, Albedo, Radio Dept, Pixies, Arcade Fire. Blonde Redhead, Beach House, Mogwai, Spoon, Sparklehorse.

Aggiriamo la canonica domanda sullo stato di salute del mondo musicale italiano, quali sono i locali che più vi hanno dato gusto suonandoci? Esistono palchi speciali?
Sicuramente l’esperienza a Collisioni ci ha regalato una giornata speciale. Ma ogni concerto ha una storia a sé, sicuramente è un momento storico dove l’interesse per i musicisti in genere viene filtrato da moltissime piattaforme, forse in questo modo si perde attenzione sul concetto di disco, di opera intellettuale. Per quanto riguarda la musica italiana, secondo me ci sono molte cose interessanti, se possiamo dare un giudizio credo manchi un “sistema”, che riesca a supportare una “scena”, me è un discorso parecchio complesso, forse anche autoreferenzial. In ogni caso la nuova scena cantautoriale esprime bene il momento storico della musica italiana cantata in italiano, di sicuro inizia a ritagliarsi una base. Insomma, di musica ce n’è molta in giro, e interessante, ma va cercata con cura.

Un ultima domanda prima di salutarci. Otto tracce, un disco che scorre dalla prima all’ultima senza soste, un flusso continuo. Che storia ci raccontate?
Credo che l’immagine più vicina al disco sia un album di fotografie. Piccoli momenti fermati nella memoria, come traccia di un percorso. Forse, viste una a una, hanno dettagli interessanti, ma sfogliare l’album per intero rende l’idea di un pezzo della nostra vita, molto personale.

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