Sembra quasi superfluo scrivere un ennesimo resoconto sul concerto dei Pearl Jam, ma forse è solo un modo per cercare, forse invano, di trasmettere a chi non c’era parte dell’indescrivibile di quella sera, e, a chi c’era il sentimento condiviso, maldestramente scritto su carta elettronica.

Sto parlando del concerto dei Pearl Jam allo stadio Olimpico di Roma.

Ho comprato il biglietto tardissimo, rispetto a chi bramava l’apertura delle vendite. L’ho fatto per curiosità: non sono mai stata loro fan, ma non per disprezzo, per semplice non curanza. A parte i grandi successi e il personaggio Eddie Vedder, la mia conoscenza è molto limitata.

Mi sono fidata di chi mi ha sempre detto: “possono anche non convincerti, ma il loro live è in assoluto uno dei migliori a cui tu possa partecipare”. Così è stato.

Un concerto di quasi 3 ore, lo stadio era un unico cuore pulsante, loro hanno tenuto alto ogni istante del live. Pur non essendo particolarmente coinvolta sentimentalmente, la mia prospettiva quasi fredda è stata ribaltata praticamente non appena ho varcato i tornelli dello stadio. Già sentivo un fremere dentro di me, una felicità immotivata, la sensazione di star per prendere parte a qualcosa di straordinario. Hanno iniziato subito loro, nessuna apertura da parte di altri. Sono partiti a 1000 e il pubblico ancor di più. Cori ed entusiasmo ad ogni angolo, intorno a me, nelle voci, nelle risate mentre Eddie Vedder raccontava aneddoti, nei sospiri mentre ancora lui dichiarava il suo amore per Roma.

 

Pearl Jam foto di Damiano Sabuzi Giuliani

Non è stato possibile rimanere impassibile, è stato qualcosa che ha spaccato e portato luce anche nel mio cinismo. Senza contare la nota vicenda della chiusura concerto, con l’invito all’accoglienza, che tanto ha destato polemiche. Ma proprio la negatività non ha a che fare con i PJ, è talmente distante dal regalo che ci hanno fatto, è estranea e opposta.

Sono entrata da non fan, sono uscita da estimatrice.

Non mi dilungo sull’aspetto politico della serata, seppur importante e per me giusto, ma voglio davvero solo concentrarmi sul fattore cuore. Per farlo al meglio ho coinvolto la persona che mi ha accompagnato in questo viaggio di scoperta, grande amante dei PJ, il quale ho osservato, insieme ad altri, molto spesso e ho provato emozione nel vedere il suo viso, di una bellezza da contemplazione. Lo ringrazio qui pubblicamente, per aver detto sì alla mia proposta di poter sapere dell’effetto del concerto su di lui, ma soprattutto per avermi fatto partecipare empaticamente, per aver donato (lo posso dire, lo so che non si arrabbierà) quelle lacrime su Wishlist, per avermi dato l’opportunità di esser parte di tutto questo. A voi le parole per cui io non sarei mai all’altezza di scrittura, le note personali di un uomo straordinario. Scrive il mio amico Vito:

Dunque, le prime cose che mi vengono in mente pensando al concerto sono atmosfera e condivisione. Condivisione perché eravamo un fottilione di persone tutte unite in un organismo unico e bellissimo come il Dio di Spinoza; tutti eravamo parte di qualcosa, da Eddie a me, dal fan al suo 50esimo concerto dei PJ a te che eri al primo. I pezzi old school e i più nuovi che si susseguivano erano come le facce di tutti noi presenti, dal ragazzino al signore attempato fan da sempre. Era qualcosa di magico, di tangibile che avvertivi nell’aria e che ci porta al punto due: l’atmosfera. Eddie che ci parla, in italiano, che si lascia andare a ricordi e pensieri. Il più bello quello sulla gita a Porto Ercole prima di eseguire Untitled: il senso di libertà di quelle parole l’ho sentito dentro, ho chiuso gli occhi e una brezzolina fresca ha soffiato sull’Olimpico, come fossi davvero sul sedile del passeggero di un’auto coi finestrini abbassati, verso una spensieratezza che chissà oggi dov’è finita. Wishlist è stato il punto emozionalmente più alto, a mio avviso. Quando uscì era il ’98 (album: Yield), Eddie aveva poco più di 30 anni ed era la poesia d’amore del belloccio di Seattle coi capelli fulvi e gli occhi chiari e il viso dolce. Eddie oggi di anni ne ha oltre 50 e le stesse parole sembrano il consiglio amorevole di un papà che ha vissuto la tua stessa situazione, la ballata di un vecchio marinaio, per citare Coleridge, stanco di viaggiare, sapendo che quello che in realtà desidera di più sta sulla terraferma. Della resa live lascio parlare gli esperti, quelli che sanno di accordi e pennate, di rullate e ritmica; io sono un fan, sono un innamorato e in questi casi l’obiettività la lasci nello zainetto con gli oreo e il kway prima di entrare nello stadio.

 

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