Live Report

|Live Report| Tash Sultana chiude l’edizione 2019 di Ferrara Sotto le Stelle

In una serata afosa come poche, con l’invasione di qualsiasi tipo di insetto sulla pelle e acqua che piomba dall’alto come ultima arma di difesa, si apre l’ultima serata del “Ferrara sotto le stelle 2019”, che segue la spettacolare performance di qualche giorno prima di Thom Yorke.

In apertura la band australiana Pierce Brothers, un duo scoppiettante che scatena il pubblico che per la maggiore sembra conoscerlo.

Un folk, le mani a tempo, i salti, una giusta dose di follia ed energia iniziano a farci grondare di sudore.

Chitarra, batteria, tamburello, il mitico didgeridoo (strumento lunghissimo a fiato) ed armonica a bocca, introducono il tema della serata: la centralità e l’alternanza degli strumenti.

Ma questo più di tutti è l’anno dei concerti di grandi donne ed il mio principale intento oggi è di raccontarvi di Tash Sultana, headliner della serata.

Dopo aver letto del suo passato burrascoso ed aver visto numerosi video che ne denotano l’autenticità, la aspetto in prima fila.

Sul palco a presentarla c’è una pedana che sembra un’isola: da una parte un banchetto con una serie di oggetti messi uno accanto all’altro che suscitano curiosità e serenità, un arcobaleno ed un fenicottero fluo, due lampade con luce flebile ai lati e – dulcis in fundo – l’ incenso, acceso poco prima che entri in scena.

Accanto, su teli indiani, un altro banchetto con un’oasi musicale di chitarra, pedali, bacchette, flauti, tromba e chi più ne ha ne metta.

Insomma, un mondo intrigante e misterioso, molto reggae.

Ed infatti improvvisamente le luci si fanno basse e parte Is this love di Bob Marley.

Il delirio del pubblico giovanissimo e rumorosissimo ahimè, e poi lei: outfit total black, cappellino, tatuaggi, anelli vistosi, sorriso e chitarra come accessorio principale. Si parte.

Inutile dirlo, Tash è un vulcano attivo e conduce un’ora e tre quarti di concerto sbalorditive.

Il filo conduttore sono i tappeti strumentali che costruisce canzone dopo canzone, nota dopo nota.

Con l’aiuto di loop station, due bacchette su un pad di batteria elettronica, chitarre ed effetti come strumenti principali riesce a riempire il suono come se avesse una band alle spalle.

Sicuramente in alcuni tratti è nettamente più costruito rispetto a quello ancor più ricco di una band, ma si rimane comunque sbalorditi per lo spettacolo al quale si assiste.

Poi lancia le bacchette sul pubblico e la piazza urla tutta per lei.

La ventiquattrenne trasmette energia a più non posso, si sposta saltando da una parte all’altra, i fotografi non le stanno dietro, noi non le stiamo dietro.

E poi una delle cose più emozionanti a cui abbia assistito ad un concerto: corre, si da alla fuga, scende le scale del palco e si butta a terra tra il pubblico delle prime file dell’ala sinistra, esibendosi in un assolo di chitarra infinito con dei bambini accanto che la guardano sbalorditi.

Ogni folla è differente, ognuna con la sua età, genere e quello che cazzo siete, ma questa in Italia è la migliore. Voglio lasciare qualcosa dentro le persone e la politica e tutta la merda a casa!”  ci dice.

Poi riparte con una voce profonda e toccante, è l’inizio di Notion, in una versione quasi infinita col suo main chorus:

How ’bout these notions

they’re deep as ocean

Calling out my name

Screaming out in vain

Singing hallelujah

Altro pezzo doveroso da menzionare è Jungle, durante la quale i più affezionati avranno cantato a squarciagola, ma i più “tecnici” si saranno divertiti sicuramente a capire la sequenza di suoni aggiunti uno dopo l’altro, uno sull’altro, con la loop station, con movimento di gambe a tempo e precisi cambi sui pedali alla velocità della luce.

Il finale del pezzo è addirittura funky e in ultimo da disco.

Poi pausa ed il bis con un’ unica lunga canzone: Blackbird.

Chitarra acustica, melodia latineggiante, testa che rotea, capelli ondeggianti a la black metal ed intimità cupa, la chiusura che non ti aspetti.

Saluta e va via sulle note di Didn’t cha know di Erykah Badu, e proprio per questo non poteva farmi più contenta.

L’ espressione di un’artista completa, cantante e musicista che incarna la giovinezza, mi crea l’immaginario dell’indipendenza della donna ed il meltin’ pot di suoni costruito mattone su mattone in maniera creativa, la sua rivincita.

Il tutto dentro un live fenomenale, percepito più che mai in maniera differente da ciascuno dei presenti.

Anche questa grande edizione del festival si conclude col botto e probabilmente chiude la stagione dei grandi concerti.

Alziamo i piedi da quei maledetti sampietrini e torniamo a casa felici.

di Giulia Rivezzi

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