Di solito parlo di shoegaze e derivati e lo faccio anche stavolta, ma in questo articolo la prendo larga. Seguitemi.

Ci sono diverse motivazioni che mi spingono a pensare alla situazione musicale italiana e non solo allo shoegaze. Innanzitutto perchè, suonando, vivo la cosa dal di dentro, poi perchè sono un fruitore accanito e mi piacerebbe che le cose fossero sempre fatte in un certo modo, quanto meno sincero al di là del genere o dei gusti.

Di solito, chi mi conosce, sa che io ho una sorta di repulsione e disinteresse verso la musica italiana. Mica vero, anzi. Oddio, la repulsione di questi tempi, se c’è, potrebbe essere ampiamente giustificata da quello che ci propinano gli addetti ai lavori, alcuni media o siti web e tutto quello che ruota attorno al mondo musicale: locali, promoter e via dicendo.

Ho problemi a dover parlare di musica in Italia perchè dovrei fare una distinzione semplice, ma spesso dimenticata dai pi˘. Esiste l’ovvio e il palese, poi c’è il finto ovvio ed infine il nascosto nel quale pochi si avventurano ed è da molti ignorato.
Non farò certo l’elenco dell’ovvio, che per personale opinione è di infima qualità. Ovvio che avanza col suo carrozzone di stampa benevola, critica benevola e talent sconquassanti.

Avanza insieme col finto ovvio, quello che viene fatto passare come alternativa al commerciale, come risposta di profondo valore artistico al nazional popolare. E qui io spesso rido e mi faccio domande. Mi domando per esempio, come e chi abbia avuto la balzana idea di creare una sorta di ondata di cantori barbuti, capelluti ed emotivamente emaciati. Cantori che sono l’ultima frontiera della musica colta e indipendente (da chi poi vallo a sapere), cantori che fanno il paio con una ciurma di gruppi dai nomi roboanti e fantasiosi, ma sempre un pò accigliati, con quell’occhietto un pò così, quel look un pò così e quei testi un pò esistenzialisti che fanno tanto frase da smemoranda, ma sopratutto con quelle melodie un pò così: friabili arpeggini, emo-ritmi sonnolenti e approccio punkeggiante (di che poi non si sa). Il panorama è desolante, ma c’è sempre qualcosa con cui consolarsi, qualcosa che viene proprio da questo paese e che, alieno da suddetti stilemi prima accennati, gioca con colori e suoni ed emoziona ancora.
Io, fossi in voi, mi fionderei, per esempio, su un progetto fresco fresco, gli Obree per esempio, che hanno da poco rilasciato Haze, il loro primo lavoro pregno di synth e suoni electro shoegaze e largamente (ma anche piacevolmente direi) debitore di nomi quali I Break Horses o Beach House eppure denso anche di melodie arieggianti di Cocteau Twinsiana memoria.
Tutto l’ambaradan che ho usato a mo di introduzione, mi è servito per spalancare le finestre su questa stanza italica delle necessità spesso piena di vecchiume polveroso e rugginoso, dove il vecchio passa per nuovo o dove il nuovo passa per fondamentale e unico. Il sole, quando apri le finestre, illumina e rinfresca e ti fa passare quel senso di desolazione. Perchè non illuminarsi allora con qualcosa di cosÏ gradevolmente retrò, ma allo stesso tempo cosÏ ruffianamente e perfettamente pop? Fatevi un giro sulle frequenze, tanto per rimanere in ambito synth electro gaze, degli Yoop e il loro Take Shelter.

Sono quello che manca a voi amanti di quel decennio lì, così ricco di cose e colori da farti venire il magone. Ciò detto, potrei chiuderla qui. Invece no. Io la mia cura all’arpeggino esangue o ai nomi di panettoni e di città asiatiche ce l’ho. Una perla di folk acustico, di slowcore sussurrato io l’ho trovata: Thier e il suo primo album Lie still, Play dead. Fidatevi. Se un tempo ascoltavate Smog, Codeine e Low, qui c’è tutto, in chiave acustica one man band, ma c’è tutto.

Link all’ascolto:

OBREE 

YOOP 

THIER 

 

Dario Torre

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