Già avevo visto i The Darkness un paio di anni fa, sempre all’Orion di Ciampino.

Era l’inizio del 2016 e il gruppo si stava ancora riprendendo dopo un periodo buio fatto di rotazioni nella formazione, problemi di droga e difficile gestione del successo ipertrofico dei primi anni.  Ai tempi non avevano singoli  come Solid Gold e All The Pretty Girls e il pubblico era di gran lunga meno numeroso.

Quando i Darkness sono saliti nuovamente sul palco dell’Orion, il pubblico era già bello carico grazie all’energia dei Blackfoot Gypsies  che hanno aperto per loro.

Il gruppo dei fratelli Hawkins ha iniziato alla grande con pezzi potenti come Open Fire e classici del loro repertorio dal vivo come Love Is Only a Feeling. Il meteorite di fuoco e rock’n’roll era ormai in orbita.

Il pubblico è caldo e tutto sembra andare per il meglio quando Justin stupisce tutti facendo salire sul palco un giovane diciassettenne, Thomas, a suonare la chitarra: il ragazzo imbraccia la Les Paul e si lancia su One Way Ticket. Non è in sé la scelta di Justin a stupire, comune ad altri gruppi come per esempio i Green Day. Ma un conto è seguire la linea di Basket Case e un conto fare la chitarra ai Darkness: a stupire veramente il pubblico è lo stesso Thomas che se la cava alla grande con la lead guitar ed esegue l’assolo decisamente bene.

 

In tutto ciò siamo ancora solo all’inizio di uno spettacolo a base di adrenalina, alta interazione con il pubblico, glam rock e acrobazie del frontman in un’equilibrata alternanza di canzoni tratte da Pinewood Smile – il loro ultimo disco – e dai precedenti album. E più si scaldava l’atmosfera più migliorava l’estensione vocale di Justin Hawkins.

Le tracce di Pinewood Smile  la fanno da padrone fino alla fine: tornano sul palco per il bis con Japanese Prisoner of Love e solo all’ultimo I Believe in a Thing Called Love.

Se proprio devo fare le pulci a questo concerto devo dire che alla batteria il giovane talentuoso/figlio d’arte Rufus Tiger Taylor (per i profani Rufus è il figlio di Roger Meddows-Taylor ex compagno di scuola di Freddy Mercury e batterista dei Queen) mi è sembrato un po’ esitante sui pezzi più vecchi. Ma ci sta: facendo i conti aveva solo 13 anni quando i Darkness esplodevano come gruppo sulla scena rock mondiale. In ogni caso è stato sicuramente all’altezza del resto del gruppo.

L’acustica dell’Orion è stata buona, ma solo per il gruppo principale: i Blackfoot Gypsies hanno suonato con la loro armonica che sembrava più un feedback di chitarra (e questo non per colpa di Ollie Dogg!).

Mi aspettavo un grande spettacolo e non sono stato smentito: i Darkness sono tra quei gruppi che durante i live non solo non ti fanno rimpiangere le registrazioni in studio ma ti esaltano dall’inizio alla fine.

Rivedere il gruppo in ottima forma che non sbaglia una nota, coinvolge e diverte il pubblico, ha reso la serata perfetta. Hawkins &co si confermano una certezza. La parentesi buia degli anni 2006 – 2011 sembra solo uno sbiadito ricordo e il gruppo britannico ha tutte le carte in regola per tornare ai vertici del rock’n’roll.

 

Scaletta:

  1.    Open Fire
  2.    Love Is Only a Feeling
  3.    Southern Trains
  4.    Black Shuck
  5.    Buccaneers of Hispaniola
  6.    One Way Ticket
  7.    Givin’ Up
  8.    All the Pretty Girls
  9.   Barbarian
  10.   Friday Night
  11.   English Country Garden
  12.   Roaring Waters
  13.   Every Inch of You
  14.   Makin’ Out
  15.   Solid Gold
  16.   Get Your Hands Off My Woman
  17.   Growing on Me

Bis

  1.   Japanese Prisoner of Love
  2.   I Believe in a Thing Called Love
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