Storia di un tête-à-tête con Julian Casablancas, che nel frattempo è diventato grande.

Lussemburgo. Strano Paese di salite e discese, caffè a tre euro, una stravagante comunità di tassisti spagnoli, waffles, la sede di Amazon, la neve ad ottobre, io e altri turisti dalle ridicole scarpe da ginnastica tristemente impreparati, e il Den Atelier.

Un locale che chi bazzica per concerti in Europa ha sicuramente già  sentito nominare:  per ogni concerto accoglie fan e viaggiatori, con lo zaino in spalla e il sacco a pelo con l’etichetta Flixbus al guardaroba.

Un melting pot: Francia, Germania, Belgio, Danimarca, l’inevitabile schiera di giapponesi amanti dell’indie rock e gli immancabili italiani chiassosi. Per me fu indimenticabile quello dell’estate scorsa degli Interpol: una vera babele di nerd musicali.

Non è quindi la prima volta che capito in questo locale, come non è la prima volta che non mi spaventa la solitudine: so che basterà una parola in italiano, pronunciata casualmente da qualche italico musicofilo presente in sala, per farmi dei nuovi amici.

Sono le otto, porte aperte da più di un’ora e ancora metà della transenna libera. É così incredibile l’atmosfera rilassata che si respira in questi paesi di frontiera.

Sempre per i Voidz, a Bologna, appena tre anni fa, mancava l’aria e lo spazio vitale, eravamo schiacciati e sudati, a saltare insieme coordinati come una schiaccia-sassi. Lo stesso Julian Casablancas ammise che fu uno dei live più violenti che gli capitò di fare: insomma, diciamolo, se c’è qualcosa che noi italiani sappiamo fare, è fare casino.

Memori di quell’ultimo concerto in Italia, tutta questa tranquillità e rispetto nei confronti della musica che si andrà ad ascoltare, qui in Lussemburgo come tre anni fa a Zurigo, sembra strana.

Si inizia. Silenzio, birre a sei euro e un opening di techno-dark hardcore a cura di Promiseland (un folle personaggio che si arrampica ovunque e urla sopra una base elettronica di sincopi serrate).

Strano è anche un gruppo come i Voidz, che sono un po’ l’amarcord a colori per tutti quelli che sono cresciuti con gli Strokes e che poi hanno smesso di ascoltarli, chiudendo definitivamente il capitolo indie-rock, in cui sono anche compresi gli Arctic Monkeys e tutte le loro copie carbone.

I Voidz sono un animale ferito che geme e si contorce, ma che resiste battagliero. Sono Julian Casablancas che diventa adulto e mette la parola fine ad una fase adolescenziale, anche un po’ troppo lunga, fatta di ritornelli. In definitiva, il mondo degli adulti che ti scava dentro.

Incredibile vedere un personaggio come Casablancas, che vent’anni fa dettava le regole della nuova scena newyorkese (base per l’ondata indie-rock britannico), cantare in un piccolo locale nel cuore dell’Europa.

Un timbro di voce particolarissimo, rauco e spontaneo, eppure così efficace anche dal vivo.

Ho visto dal vivo anche gli Strokes, imponenti e leggendari, scatenare cori da stadio, e ora lo stesso Casablancas è lì, in un contesto così intimo e tranquillo come solo il Den Atelier può essere.

I Voidz salgono sul palco, vestiti di colori sgargianti. Un timido applauso lussemburghese accoglie Julian Casablancas, scarpe di un verde acido, una camicia rosa a fantasia e un gilet di pelle. Uno, due, tre, parte il concerto violento che era già partito nella mia testa, memore di Bologna, davanti a un pubblico impassibile. “Thank you, Japan” dice Julian prendendo in giro la sua claque quieta. I Voidz dimostrano ancora una volta di essere macchine ritmiche virtuose e straordinarie, musicisti capaci, precisi, rigorosi, e incredibilmente divertenti.

Più pulite e calme le tracce dell’ultimo album, più noise e gorgoglianti quelle del primo. Chiudono con una devastante “Human Sadness”, vero cavallo di battaglia di una band che non ha paura di proporre singoli destrutturati che superano i cinque minuti.

Si esce dal concerto sereni e devastati allo stesso tempo: la sensazione di aver distrutto le pareti del locale e urlato a squarciagola, pur essendo stati fermi e composti.

La neve bagnata invade i marciapiedi. Una fila di taxi, guidati dai tassisti spagnoli di cui sopra, riporta ordinatamente turisti e vagabondi musicali all’unico ostello della città.

Questo inedito Casablancas, da ubriacone leader di una band di ragazzini che ha fatto la storia, ad abile cantante con una nuova umanità – quotidiana e genuina – è definitivamente un’esperienza che nessun appassionato o fan nostalgico dovrebbe negarsi.

Di Morgana Grancia  photos by www.press-play.be

 

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