Non sopporto quando mi si chiede con quella faccia inquisitoria: che musica ascolti? Tutte le volte non so che dire e, onestamente, non mi vien voglia nemmeno di rispondere.

Anzi, mi verrebbe voglia di dire, e infatti lo dico: oh, nulla; roba un pò così. Ma l’interlocutore non demorde e incalza: un pò così in che senso? Fammi qualche nome dai.

Guarda che anche se te li faccio non ne conosci manco uno. Si sente offeso, crede che lo stia sottovalutando perciò continua a fissarmi sperando che io ceda, che poi, cedo pure, ma sadicamente gli spiattello davvero dei nomi astrusi. Eccolo, resta basito cercando un collegamento, un appiglio, ma so che non me lo leverò di torno così facilmente.

Ok, ho capito, ma che genere è? Shoegaze, rispondo stentoreo. Tipo? Tipo i Cure ok? Ma più distorti. Ah, ho capito. No che non ha capito, non ha capito una ceppa, ma proprio per questo io sorrido e vorrei dirgli che se prestasse attenzione a quello che scrivo qui ogni mese, forse un’idea se la farebbe.

Che cosa posso dire di Creation dei Daysleepers? Cosa potrei scrivere? Nulla se non che la band di Buffalo (Usa) è la perfetta colonna sonora che servirebbe se fossimo capaci di fluttuare nello spazio profondo. Si resta sospesi tra echi di Slowdive, Cocteau Twins e squarci di Ozean e dei mitici Mira.

Nulla potrebbe più importarmi se dovessi venire meno a patto di farlo ascoltando This Dark Universe o Creation, brani che ti aprono il cuore e fondono diventando tutt’uno con l’anima. Immensi, eterei, sognanti, metafisici e raffinati.

Li ho nominati giusto un minuto fa e mentre scrivevo ho pensato che quasi quasi sarebbe stato un atto d’amore riproporli e parlarne. Li conobbi su Losing Today, mitica rivista mensile con cd allegato. Si tornava a parlare di shoegaze ed era il 2001-2002 o giù di lì. I Mira guidati dalla angelica voce di Regina Sosinski hanno pubblicato in cinque anni tre album, Mira, Apart e There i go a daydreamer più una manciata di ep per poi dileguarsi.

Io oggi li recupero e santifico come una scintillante meteora dello shoegaze statunitense. Fatelo anche voi e cedete a suoni riverberati, pigri e glaciali.

Manca l’ultimo pezzo del puzzle. Qui sconfino, sconfino nel pop più bieco e zuccheroso, ma talmente irresistibile, perfetto e rosa da non smettere più di cantarlo. Io adoro questa principessa e ci scommetto che sbancherà di brutto in futuro.

 

Ci può essere la misura perfetta tra pop da classifica e dream pop? Si e lo fa Hatchie, Harriette Pilbeam, anni 25 da Brisbane Australia. Sure è i Lush ingentiliti e fanciulleschi, Sleep, con quei synth di indecente bellezza se la gioca con gli anni 80 e con la versione baby dei Cocteau Twins. Un solo ep di cinque pezzi, Sugar and Spice e per me è già miracolo. Adorabile fino alla consunzione.

di Dario Torre

 

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