E’ paradossale come, di questi tempi, ci sia un interesse per lo shoegaze, anche qui in Italia certo, che non c’era ssolutamente un paio di anni addietro.

Mi trovo nella scomoda posizione di fruitore e parte attiva del fenomeno shoegaze e quindi provo un certo imbarazzo a scrivere su qualcosa di cui faccio parte.

Non farò la storia del genere illustrandone caratteristiche e protagonisti perchè per questo c’è il web e il buon you tube, ma mi limiterò a sottolineare e constatare quanto sia di nuovo in auge lo shoegaze e quanto, forse, non sia mai sparito dalle cartine nonostante sia stato relegato ai margini da chi superficialmente credeva che certi suoni non fossero già ben presenti in tanti generi e sottogeneri e in tante band italiane e straniere degli ultimi anni; Diiv e Beach House all’estero e Be Forest in Italia su tutti.

Ho aspettato pazientemente il giorno in cui si è ricominciato a scriverne e parlarne e la mia vittoria completa l’ho ottenuta quando ho visto il ritorno degli Slowdive, dei Ride e quello, seppur breve, dei Lush.

Ora è tutto più semplice.

All’estero (Usa, Giappone, Sud America) lo shoegaze impera e prolifica ed anche qui in Italia il fascino di quel sound ha attecchito in band giovani e meno giovani. Potrei parlare di moda, di mood del momento, di tendenza all’uso di certi colori e suoni; si potrebbe essere, ma una moda è dettata anche e sopratutto dai media, media che in Italia, salvo rarissime eccezioni (due blog dedicati: Shoegaze Blog e Shoegazing your Waves, un articolo su rock.it qualche tempo fa dove si parlava di “Italogaze” e l’interesante retrospettiva su Rockerilla di Novembre) tacciono sul fenomeno in modo clamoroso.

Questa, almeno per me, è una cosa positiva poichè sdoganare lo shoegaze (e i suoi derivati: dream pop, noise pop, ecc.) significherebbe paradossalmente elevarlo allo stesso rango dell’indie italiano che sappiamo tutti che fine stia facendo in questi ultimi due, tre anni.

Lo shoegaze in Italia è indipendente, ma nel senso più puro e autorevole del termine, non come questo sedicente indie italico non più fatto di demo, chilometri e suoni nascosti, ma di look, eventi e intellettualismo da quattro soldi.

Non che sia un male, anche perchè ciò che è sulla cresta dell’onda spesso è figlio, risultato o prodotto di quello che la società è in quel dato momento storico, ma per fortuna certi artisti shoegaze in italia sono al di fuori di queste logiche malate di mercato. Piuttosto, analizzando il fenomeno nel modo più banale possibile cioè ascoltando i dischi e vedendo le band dal vivo, ti accorgi che il livello è assolutamente alto e la qualità cresce sempre di più sopratutto in alcuni gruppi che con il secondo album hanno ormai certificato il loro talento. Talento che, cosa bizzarra, ma prevedibile, è riconosciuto ampiamente all’estero e poco o nulla nei patri confini.

E allora una domanda base potrebbe essere: quanto pubblico ha lo shoegaze in Italia?

A giudicare dai feedback e dalle presenze ai concerti non molto in verità, sebbene fedele e appassionato, così come la conoscenza specifica del genere che rasenta lo zero o poco più.

Mi spiego.

Chi ama lo shoegaze è comunque figlio degli anni 90 e in un certo senso ha vissuto o comunque ama incondizionatamente il genere. Cosa volete che ne sappia la stragrande maggioranza dei giovani fruitori oggi di una band, per dire, come i Pale Saints o Swervedriver? La mia è chiaramente una provocazione, ma tant’è. Sarebbe neccessario a questo punto fare nomi e cognomi (e titoli). Presto detto allora. Non di soli classici vive l’uomo per cui diamo dieci nomi da dove partire, cinque italiani e cinque stranieri e vi assicuro che sono davvero pochi. In Italia c’è un sacco di roba e dal nord al sud le coniugazioni del genere sono tra le più disparate. C’è chi resta fedele allo shoegaze più puro, chi prova a contaminarlo con l’elettronica e chi vede nella ricerca dei suoni una strada da battere. Gli ultimi due anni, per me che seguo la cosa da molto vicino, sono stati ricchi di pubblicazioni e di scoperte. Posso dire lo stesso dlel’estero e posso garantire che faccio fatica a star dietro alle numerose band che spuntano come funghi un pò in tutto il globo. In questo, per fortuna, il web è fedele e utilissimo compagno.

1- Clustersun, da Catania -Surfacing To Breathe

Shoegaze - CLUSTERSUN

CLUSTERSUN

Nervi tesi, muri di chitarre, space rock tiratissimo e psichedelico

2- RevRevRev, da Modena  -Des fleurs magiques bourdonnaient

Lisergici viaggi tra Sonic Youth e Velvet Underground

3- Kimono Lights, da Ravenna -Trick or Thriller

Shoegaze - KIMONO LIGHTS

KIMONO LIGHTS

College rock, pop gaze e noise sognante

4- Umbrella Burning Festival, da Roma -Poems in Braille-

Shoegaze nel senso più puro del termine. Da ascoltare

5- Novanta, da Milano/Palermo  -Hello, we are not Enemies-

Come lo shoegaze e il dream pop possono cambiare coordinate: glitch e ambient che si sposano con chitarre e voci eteree

E ancora: Electric Floor, The Mystic Morning, La casa al Mare, Weird., Be Strass, Klam, In Her Eye, ecc..

Nel resto del mondo le cose vanni ugualmente bene.

1- The Miniatures -Australia-  Jessamines

Dream pop e riverberi

2- Ringo Deathstarr -Usa-  Pure Mood  

Shoegaze - RINGO-DEATHSTARR

RINGO-DEATHSTARR

Pop gaze ruffiano e irresistibile

3- Trementina  -Cile- 810

Shoegaze - TREMENTINA

TREMENTINA

Noise pop dal Cile. Colorato e fresco

4- Blankenberge  -Russia- Radiogaze            

Sorpresa russa. Tra i migliori album dell’anno

5- Seventeen years old and Berlin Wall -Giappone-  Aspect   

Noise e shoegaze dal sol levante

Posso citare ancora gli High Violets, i Wozniak, i Panda Riot, Spotlight Kid, The Fauns, i giapponesi Juvenile Juvenile e Oeil e tantissimi altri.

La domanda è spontanea: se chi lo suona è un esercito allora c’è un futuro per lo shoegaze e le sue evoluzioni? La risposta è ovvia quanto banale: un futuro lo si ipotizza per paura di qualcosa che abbia deboli fondamenta o che sia un fenomeno passeggero.

Per quel che mi riguarda questo genere non è mai morto e dopo più di vent’anni gode di splendida salute; ascoltare l’ultimo degli Slowdive per credere. 

Dario Torre

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