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[Novel] Il rock non muore, io sì – Episodio 5

Quinto episodio

I sogni corrono veloci

 

I sogni corrono veloci. E con loro anche i giorni. La scuola non esiste più, mi perdo perfino la scalata al successo nel meraviglioso mondo dello spaccio scolastico del mio migliore amico Ale, con cui parlo sempre meno pur essendo il mio compagno di banco. Girano un sacco di voci sul suo conto, ma a me non importa cosa fa per sentirsi vivo, mi va bene tutto. La verità è che la droga non mi dice niente: non ho soldi e ora ho ben altro a cui pensare. Certo, le rockstar drogate rimangono per me un modello imprescindibile, ma solo perché prima di autodistruggersi hanno scritto dei capolavori. Quindi penso che appena anch’io riuscirò a scrivere la storia del rock sarò libero di farmi una pera – anche se, sinceramente, non penso che Ale si spinga fino a quel punto… si parla di erba, cocaina e qualche tiro di oppio per farla grossa, senza convinzione. Si è pure comprato una chitarra elettrica che non imparerà mai a suonare. I nostri gusti musicali sono troppo diversi, di fare qualcosa insieme non se ne parla, e poi io una band ce l’ho già.

Quando Lory passa da casa ogni volta porta con sé un sacco di dischi da farmi ascoltare. Me li lascia e non li vuole più indietro, quasi come a volermi passare il testimone del sogno che non era riuscito a realizzare con la sua band. Mi fa scoprire Bowie, Reed, T-Rex, Smashing Pumpkins, Sonic Youth… Universi grandiosi mi si aprono dinnanzi, divento frequentatore assiduo dell’unico negozio di dischi della mia città, ed è qui che scopro che in giugno, a Bologna, si terrà un Rock Festival megagalattico con White Stripes, Queens of The Stone Age e Audioslave. Un sogno: tutta la musica che amo di più in un solo concerto. Lo dico subito a Lori, unico adulto automunito non ancora fottuto dalla vita, e prendiamo i biglietti. Le aspettative non sono deluse: è il giorno più bello della mia cazzo di vita di quindicenne brufoloso che si sta facendo crescere i capelli sopra le orecchie.

L’umida e afosa estate è arrivata come una sciabola sulle nostre teste capellute, la scuola è andata a farsi fottere e io sono stato mediocremente promosso grazie alla mia abilità attoriale e a Luis, che mi passa sempre i compiti di matematica e fisica. Le prove della band vanno avanti, anzi ora che è finita la scuola suoniamo anche tre volte alla settimana, e abbiamo già un po’ di pezzi pronti. Certo, so di non aver ancora scritto la canzone della vita, ma penso di potercela fare. Anche perché con Luis e Kem mi trovo bene, fondamentalmente perché mi lasciano esprimere come meglio credo, aggiungendo un po’ del loro e senza mai smontarmi. Manca qualcosa, sì, ed è un bassista, ma ancora non abbiano trovato un povero cristo che voglia far parte della band. In compenso però l’altra band un po’ più grande di noi (che fa solo cover e anche di dubbio gusto) con cui dividiamo la sala ci chiede se vogliamo aprire il loro concerto di fine settembre in occasione della festa dell’oratorio. Noi suonare dal vivo? Oddio… non lo so, siamo due chitarre e una batteria, suoniamo insieme da pochi mesi, ma – cazzo! – non possiamo lasciarci sfuggire questa occasione. Quindi, cacandoci un po’ addosso, accettiamo.

Per diverse settimane non possiamo provare perché Luis e Kem se ne vanno in vacanza coi genitori. Stanno bene, come la maggior parte della gente di questa nauseante cittadina – perlomeno, a differenza dei nostri coetanei, sabato sera non se la fanno in disco. Io resto a sudare in mansarda. Ai miei non dico nulla del concerto di settembre, sono cazzi miei. Sono sicuro che mia madre trascinerebbe controvoglia mio padre, pensando magari anche di farmi piacere. Ma, mamma, non è un saggio di scuola, è un fottuto concerto rock in cui sfogo tutto il mio male di vivere. Avete mai visto la mamma di Kurt sotto al palco del figlio? Insomma, l’ho già detto, uno fa rock proprio per emanciparsi dalla putrefazione in cui è costretto a vivere. Fate pure finta che non esisto, lo preferisco. Però ho bisogno di soldi, devo comprarmi una chitarra decente e un amplificatore. Gli strumenti presi dal fratello di Ted sono davvero scadenti, il manico della chitarra si sta addirittura gonfiando per il caldo. E così accetto l’invito di Ale ad unirmi a un gruppetto di ragazzi per cercare lavoro nei campi, naturalmente in nero. Prendiamo i nostri motorini – un anno prima avevo trovato un annuncio sul giornale di un Ciao del ‘73 riverniciato verde metallizzato rivelatosi poi rubato a Pisa, era praticamente regalato e naturalmente divenne mio – e andiamo nelle campagne della pianura, cascina per cascina, a offrire il nostro sudore. Fino a quando un omone con un’insolazione cronica sulla testa non ci offre lavoro come cimatori da trampolo per pochi euro l’ora. Insomma, meglio che niente. 

Per qualche settimana diventiamo braccianti e, a parte la noia, ci sentiamo quasi grandi. O forse è proprio la noia che domina il mondo degli adulti. Nelle orecchie il nuovo disco dei Queens of The Stone Age. Nelle mani le schegge di granturco. In pausa pranzo un ragazzo che non conosciamo viene a parlarci. Gli altri dicono sia gay e che gli piaccio. Io? Ma perché si vede così tanto che non ho mai avuto una ragazza?

di Malatesta

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