In occasione dell’uscita del suo nuovo album per La Tempesta Dischi, abbiamo intervistato Blindur, al secolo Massimo De Vita.

 

Iniziamo con una domanda molto semplice. Un album dal titolo enigmatico: “A”. Ci spieghi il significato?

 Più che enigmatico è un po’ concettuale. Mi piace molto dedicarmi alla scelta dei titoli delle canzoni e anche del disco. Nel caso del primo disco il titolo era omonimo perché figlio di due anni di tour. Una sorta di biglietto da visita.

Questo si chiama A per tre motivi principali.

A è la prima lettera dell’alfabeto e questo è una sorta di primo disco, fatto a bocce ferme, non suonandoli prima live. Abbiamo seguito una procedura più “usuale.

Secondo, mi piace che il disco possa essere comprensibile e leggibile in qualsiasi lingua. Suonando molto all’estero è importante e mi piace l’idea che chiunque possa intuirne il senso.

 Terzo motivo, quello più personale, è che da quando ho avuto l’incidente in cui ho perso la vista ho smesso di scrivere su carta per molti anni. Quando ho ripreso a farlo, dopo circa dieci anni, ho usato le lettere che ricordavo. Era un po’ un disastro! Il corsivo poi era totalmente sparito dalla memoria. Questo fino a un anno fa, quando mi è capitato di riprendere le lettere in corsivo maiuscolo. Una cosa molto affascinante. Una riscoperta personale.

Questa A riapre delle porte sul mio passato e mi fa guardare un po’ in terza persona il mio percorso, da dove vengo e dove posso arrivare.

 È certamente un album più consapevole. A partire dalla sua registrazione, ma andando oltre: lo si percepisce nei testi, nel tuo percorso, nella scelta di una nuova formazione. Cos’altro troviamo di nuovo?

 Il disco è stato registrato a bocce ferme ma un po’ di corsa. Tutto il percorso è durato 6-7 mesi. Sono stati mesi intensi di immersione nella scrittura. Io non scrivo centinaia di canzoni dalle quali poi scegliere, sono molto meticoloso nella scrittura e ci metto molto a chiudere un brano. Il primo disco era stato fatto nei ritagli di tempo, fra un concerto e l’altro. Questa è la grande differenza fra i due. Anche la consapevolezza è nuova, ce la ritrovo tutta. È un album più riflessivo, intimista. Musicalmente ho finalmente messo a frutto tutto quello che ho imparato in questi ultimi 5 anni in cui ho lavorato anche da produttore. Ho fatto quasi come se il disco non fosse mio, anche questa è una differenza dal primo.

 Tornando alla consapevolezza, tu hai definito questo album “un resoconto dell’inizio dei trent’anni”. Cosa significa avere trent’anni oggi, diventare adulti, anche dal punto di vista musicale?

 Credo che il disco faccia il tentativo di fotografare lo stato dell’arte, nel senso di capire emotivamente cosa succede in questa fase. Non sei totalmente adulto, ma non sei decisamente più un ragazzino. È una fase di incertezza che è poi quella della nostra generazione. Non sai da che parte devi stare. Questa mancanza di punti fermi spaventa, ma allo stesso tempo è servita. Dal punto di vista della musica è anche così: questa è una fase musicale forse meno festaiola del passato, ma non per questo scarica o stanca.

 

 Quindi uscire dalla propria comfort zone per cogliere opportunità nuove… La stessa scelta di registrare un album dopo due anni di concerti era in qualche modo “confortante”, nella misura in cui sapevi già più o meno quale sarebbe stato il risultato. Con questo nuovo album invece…

Assolutamente! Il primo pensiero che ho fatto dopo aver ascoltato il disco nuovo è stato “Speriamo di non averla fatta troppo grossa!”. Potevo confermare quanto già fatto, con un altro disco folk. Oppure potevo esplorare cose diverse, come ho fatto. Estremizzare un po’ le mie passioni e i miei ascolti nella mia musica. Qualcuno si lamenterà, sicuramente, ma è un disco che porta qualcosa di nuovo. Pensare di poter spaesare l’ascoltatore è bello. Io personalmente, da ascoltatore, amo farmi stupire da chi ascolto.

 Curiosità: hai collezionato centinaia di concerti, sia in Italia che all’estero. Ci racconti di una data che ti è rimasta particolarmente impressa?

 Ovviamente ce ne sono un sacco. Suonare dal vivo mi piace un sacco, mi sembra sia diventata una cosa u po’ demodé, ma ci sono molto legato. È un’esperienza che mi restituisce tanto: mi piace salire sul palco, parlare con le persone prima e dopo… Avrei una storia per ogni data! Ma ci sono delle esperienze incredibili, certo… Ad esempio l’esperienza negli USA per la sola idea di essere lì; poi l’Islanda, un concerto senza amplificazione con proiezioni di aurore boreali mentre suonavo, una grande emozione.

Poi ci sono state anche le aperture fichissime agli Zen Circus, a Cristina Donà… Quando ho suonato con Damien Rice, Niccolò Fabi… Domanda troppo difficile!  

Ne hai citato qualcuno, ma effettivamente hai collaborato con tantissimi artisti nella tua vita. Se solo prendiamo questo ultimo disco ci troviamo Viterbini, JT Bates (batterista per Big Red Machine e Bon Iver), di nuovo Birgisson (storico fonico di Sigur Ros, Björk e moltissimi altri). Chi ti manca, ovvero con chi sogni di collaborare in futuro?

Ce ne sono due o tre: mi piacerebbe fare qualcosa con Nada, mi farebbe molto felice. Mi piacerebbe infinitamente fare qualcosa con Manuel Agnelli, che stimo all’infinito come persona ancor prima che come artista. E poi Aaron Dessner dei The National, di cui sono super fan.

 Ultima domanda. Permettimi di dire che sei ormai uno dei pochi nuovi cantautori sulla scena italiana. Tu poi vanti anche premi che portano nomi importanti: Bertoli, De Andrè… Cantautori che hanno spesso fatto della denuncia sociale il centro della loro opera. In Futuro Presente tu canti “l’unica lotta ormai è contro il mal di testa” e ancora “avevamo un’idea, ma non ci viene in mente”. È forse una critica o quantomeno una considerazione circa l’attuale situazione socio-politica? Siamo inermi?

Io ci provo a toccarla piano, ma non mi riesce facile. Credo che chi fa musica oggi è troppo timido, poco coraggioso. Io non mi metto a scrivere “La Locomotiva”, per il semplice fatto che non è più tempo per quel tipo musica. Però anche basta raccontarci le favole. Non è più tempo di aspettare che le cose capitino. Il musicista deve essere più coraggioso.

Per assurdo gli artisti visivi sono più audaci di noi musicisti. Forse perché ci sono meno ambizioni dietro. Allo stesso tempo però, mi piace pensare che una delle apparizioni più belle di Sanremo è stato proprio quella degli Afterhours che cantano Il paese è reale sul palco dell’Ariston. Quindi c’è la possibilità di “non mandarle a dire”, senza scadere nella retorica e nel situazionismo.

Non si tratta di scrivere la canzone pro o contro, ma a mettere in evidenza l’esistenza dei problemi.

Per chiudere questo tema, che mi sta davvero a cuore… Ansia è il testo più politico che io abbia mai scritto. Penso che la musica combat oggi risuoni male, perché è ancorata a stereotipi passati. Quel tipo di musica è finita. D’altro canto però credo che serva dirci che “non è vero che sognare non costa niente”. La nostra generazione se lo merita.

 

Di Veronica Boggini

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