LawrencePAD è un giovane cantautore in confusione.

LawrencePAD sbandiera l’autocritica e le abitudini della sua generazione e della società 2.0, per questo abbiamo scelto di intervistarlo. 

1. Ciao Lorenzo, presentati ai nostri lettori.

Ciao a tutti! Sono Lorenzo Papasodero, in arte LawrencePAD e sono un cantautore in attività da diversi anni. Iniziai a strimpellare un pianoforte giocattolo all’età di 5 anni, la situazione degenerò nel momento in cui i miei si accorsero che non me ne staccavo neanche quando mi mettevano a letto, e da lì cominciai a prendere lezioni di piano, portate avanti per 8 lunghi anni.

A circa 15 anni iniziai a studiare la chitarra da completo autodidatta e contemporaneamente a prendere dapprima lezioni di canto lirico, per poi cambiare completamente impostazione orientandomi verso il moderno dopo qualche anno.

Per fare musica hai necessità di girare, così nel 2013 ho partecipato al Concorso Le radici cristiane in Europa, con il pezzo “Ciò che siamo noi” e nello stesso anno al TourMusicFest.

Nel 2015, dopo un breve contatto con l’etichetta Nuova Santelli Edizioni, ho pubblicato il mio primo singolo “Direi Di No”, con il quale mi sono presentato al grande pubblico. Nel 2017 poi il lancio di altri miei tre singoli (“Amore Superficiale”, “L’Estate È Qui”, e “Quando Il Sole Esplode”), hanno segnato un momento fondamentale di maturazione artistica per me tanto che, a breve, è previsto il lancio del mio primo Album “Ali Di Carta” .

Amo cantare delle mancanze.

Riconosco che in ogni testo e in ogni singola parola c’è una minuscola parte di un “non me”, di ciò che non sono mai stato, di quello che non ho mai avuto. Riesco ad essere semplice ma sempre sicuro di arrivare dritto a centrare il bersaglio. Scrivo e canto per necessità, più che per passione. Sento un forte bisogno di trovare qualcuno simile a me in questo enorme caos, attraverso la musica. Qualcuno che si rispecchi in ciò che dico e in ciò che provo.

La musica è la mia voce per fare conoscenza con il mondo.

2. Com’è nata l’idea alla base del videoclip di Confusione? Il risultato finale rappresenta bene ciò che volevi comunicare con il brano?

Il videoclip di Confusione, oltre all’andamento estremamente positivo, conferma le previsioni fatte in partenza.

Non solo il sound e l’alta orecchiabilità del pezzo ha colpito in pieno il bersaglio ma, nel farlo, il video è stato un elemento importantissimo affinché questo avvenisse.

Il messaggio è chiaro: una costante connessione che ci disconnette dal vero.

Penso che non ci sia stata una sola persona raggiunta dal concetto che ho voluto esprimere con questo pezzo, e spero che molti abbiano colto le parole e ciò che raccontano.

L’idea del videoclip nasce da lunghi colloqui tra me, Staisereno e Stefano Sinopoli, videomaker con il quale è stato divertente e soprattutto professionale girare le scene grazie a simpatia, tecnica e tanto tanto lavoro.

3. Qual è l’aneddoto più particolare che ti viene in mente ripensando alle riprese di Confusione?

Uno tra i tanti sicuramente quello che ci ha visti entrare molto timorosi una mattina all’interno di una struttura in cui sono state girate alcune scene del videoclip, non completamente sicuri del fatto che effettivamente potessimo girare le scene in quella determinata location. Si avvicina un “controllore” del luogo, tanto da apparire sullo sfondo di una ripresa che stavamo effettuando in quel momento e noi pensavamo di esser sbattuti fuori invece per tutta risposta il signore ci ha chiesto praticamente scusa e si è allontanato per non disturbare. Ci siamo sentiti molto “Like a boss” in quel momento!

L’aneddoto realmente emblematico è un altro in realtà, ma non ve ne posso parlare pubblicamente altrimenti a pagare sarebbe la mia patente di guida e solo chi era con noi quella mattina può capire.

4. Dato che è l’argomento principale del tuo brano e del suo videoclip, dicci cosa ne pensi dei social network e del loro utilizzo.

Premetto che questo è un argomento che mi affascina ma che allo stesso tempo mi impaurisce.

Sono stato sempre un ragazzo molto social e se ho potuto scrivere questo pezzo è stato solo ed esclusivamente grazie al fatto di esser stato immerso per molto tempo all’interno di questo mondo virtuale, anche esageratamente, ed averne potuto trarne, a debite distanze, le dovute conclusioni.

Ritengo che non sia sbagliata l’idea di poter essere rintracciabili, apprezzabili o di poter arrivare a conoscere ad esempio più persone attraverso i social network. Ma credo sia sbagliata l’idea che se tu non abbia un profilo tu non esista. È una linea sottilissima che a volte oltrepassiamo senza rendercene conto. Oggi anche il nostro vicino, il nostro migliore amico, nostra madre, nostro padre hanno conosciuto o sono immersi in alcuni casi peggio di quanto noi non lo siamo già in questo mondo.

E questo può portarci a credere che la realtà corretta sia questa, che questa completa connessione sia una cosa normale quando invece è l’esatto contrario. Oggi facciamo storie, è vero, lo canto e lo rivendico.

Facciamo soltanto storie e a volte non le viviamo nemmeno.

Anch’io mi ritengo complice e colpevole di questa situazione grottesca, perché ne sono anch’io protagonista.

Storia al cocktail per far vedere che beviamo e magari lo buttiamo, storia davanti allo specchio dove sfoggiamo l’outfit con cui usciremo ma poi non usciamo! Potrei andare avanti così all’infinito.

Non è un caso che io da poco tempo abbia disattivato WhatsApp.

Ritengo infatti, prima di tutto per me stesso, che anche se possa risultare accettabile il fatto di mantenere aperto una sottospecie di blog fotografico come Instagram in cui aggiorni i tuoi followers con la tua musica o con la tua giornata, ma in maniera moderata, sono arrivato a rigettare, dopo mesi di meditazione sul punto, social network come Whatsapp.

Rendiamoci conto che quando ci vediamo in giro con amici, parenti, partner, non abbiamo più nulla da dirci! Fateci caso. Perché? Perché ci diciamo già tutto su WhatsApp! Siamo costantemente in contatto ed è come se la persona con cui abbiamo un rapporto di qualsiasi tipo diventi una persona praticamente fisica che vive al nostro fianco e che ha le sembianze di uno smartphone!

La distanza serve, il non parlarsi serve, il riuscire a stare da soli serve. Oggi necessitiamo di un costante apprezzamento da parte degli altri, di compagnia virtuale o di approvazione da parte di qualcuno. Noi non siamo il nostro stato di WhatsApp, non siamo la nostra foto profilo e, soprattutto, siamo persone che non sono a portata di click sul display, anche se WhatsApp potrebbe darci l’impressione contraria. 

5. In ogni caso, oggi sono un importante strumento in mano agli artisti. Secondo te è un fatto positivo o negativo?

Mi sono dilungato molto nella domanda precedente per cui aggiungo soltanto che, soprattutto per quanto riguarda aziende, artisti e persone che necessitano di potersi pubblicizzare, usato nella maniera corretta il social network diventa uno degli strumenti più efficaci per poter raggiungere i propri obiettivi. Ma c’è sempre l’altra faccia della medaglia.

6. Un’altra occasione per farsi conoscere dal grande pubblico sono i talent show. Tu che opinione hai a riguardo? Hai partecipato o vorresti farlo?

L’industria musicale oggi è molto cambiata. Purtroppo i cantanti non fanno più i cantanti e i produttori musicali non fanno più i produttori musicali. Pensate ancora che a Sanremo partecipi e vinca l’artista che presenta la migliore canzone? O che chi esce da un talent sappia “fare musica”?

Siamo arrivati purtroppo ad un punto dove la musica è quasi passata in secondo piano, cosa gravissima a parer mio, ponendo sul piedistallo esclusivamente il peso del personaggio e non le sue capacità. La capacità di quanto riesci a vendere si, quella conta! Poi poco importa se fai musica di scarso, medio o alto livello.

Come me milioni di altri artisti non fanno semplicemente gli interpreti in Italia. Scrivendo i propri testi e componendoci sopra la propria musica ci si diversifica e si veicolano le proprie emozioni.

Non si canta il testo scritto dall’autore X e arrangiato dal compositore Y, perché così facendo diventeremmo semplici interpreti, appunto, che non trasmettono nulla di ciò che sono, della musica che hanno dentro. E questa è una cosa fondamentale per affermarti in questo mondo. I talent, salvo casi rari, sfornano soltanto stelle cadenti che brilleranno di luce riflessa per poco tempo, per poi spegnersi nel nulla. È per questo motivo che non ne ho una grande opinione. Apprezzo invece i cantautori che si sono fatti le ossa sul campo e si sono creati un nome senza l’aiuto di un talent show, portando avanti con coerenza la loro musica.

 7. Torniamo al tuo lavoro, per la produzione di Ali di Carta hai usato il crowdfunding con buonissimi risultati. Come ti sei trovato? Cosa puoi dirci a riguardo?

 Le mie aspettative erano onestamente molto basse. Non pensavo che la gente fosse disposta a supportare il progetto di un giovane cantautore ancora in fase di rodaggio che non ha un seguito numeroso.

Pensiamoci: Molta gente non acquista più neanche i CD realizzati dai big della musica, sfruttando perlopiù “vie traverse” per ascoltare i pezzi dei propri artisti preferiti. “Figuriamoci se la gente sarà disposta a contribuire a questo mio progetto” mi dicevo. Con mia grande sorpresa invece ho ricevuto contributi da persone che neanche mi conoscono, da persone che vivono in altri paesi (come l’Inghilterra, il Portogallo), che hanno versato quote molto alte e volendomi addirittura anche a casa loro per un House Concert. Ed ecco che con due note e tre parole che descrivono le tue emozioni raggiungi il mondo, riscoprendoti simile nel disordine a qualcun altro che non hai mai conosciuto ma che ti dice: tu scrivi e canti quello che sento anch’io.

Perciò è stato bellissimo! Ma, in fondo, non è proprio questo il bello della musica? 

8. Cosa puoi anticiparci riguardo al tuo album in uscita quest’estate? 

“Ali di Carta” è un album che parla di fragilità di quanto sia difficile volare. Un album che parla della difficoltà di chi, con delle ali di carta, non riesce a restare in quota, di quando ci sono troppe situazioni avverse che te lo impediscono, che ti spingono giù, perché non abbiamo tutti quanti le stesse ali e la stessa capacità di volare. Parla del disagio di una fragilità che viene trasformata nella carta vincente, in una marcia in più. Il disagio di un mondo ferito, un mondo che cambia troppo velocemente perdendo però punti di riferimento fondamentali. Un mondo dove cadere diventa una costante alla quale doversi opporre giorno dopo giorno per mantenere quota. Non è un album tosto, di quelli con quei suoni pesanti dove si parla troppo veloce senza raccontare niente in fondo.

Ali di carta è un progetto acustico, semplice che si attiene a quelle che sono le mie origini musicali, ovvero il pop e il cantautorato che mi hanno sempre accompagnato da quando ho intrapreso la mia avventura musicale.

Ali di carta è un progetto che saprà accarezzarvi l’anima e che vorrete riascoltare nei momenti difficoltà e non, in cui vi rispecchierete quasi come se foste di fronte ad uno specchio.

Aver potuto dar voce, anzi, dar musica ai miei pensieri, l’aver potuto esprimere le mie emozioni e il poterle comunicarle agli altri è una cosa che mi aiuta a vivere meglio e mi entusiasma

Non so quanto il vissuto possa influire sulla sensibilità di un individuo, ma so che sono comunque fiero di essere ciò che sono e di mostrarmi invincibile attraverso le note di una canzone, attraverso questa grande, luminosa e magica vetrina chiamata musica, senza nascondere la mia fragilità e la mia sensibilità.

Chi ha le ali di carta come me, ascolterà ciò che avrò da dirgli e amerà quest’album, perché in fondo è anche una parte di se.

Con quest’album viaggerete dentro le mie parole, dentro me stesso riscoprendovi simili a me, riscoprendo voi stessi.

 

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