Ci sono concerti sui quali riflettere. Poi ci sono i concerti dei Jamiroquai.

Una data preceduta dalla costante preoccupazione per le condizioni di salute di Jay Kay, per fortuna migliorate appena in tempo.

L’atmosfera di festa della Visarno Arena ( resa finalmente funzionale a differenza della figuraccia-Radiohead) è dunque raddoppiata dalla felicità umana verso Jay oltre che artistica.

Ore 21.15 parte la base di “Shake It On”, Paul Turner inforca il basso, da sinistra in affanno ci raggiunge Il contadino del vinile, CSI è al completo, i Jamiroquai anche.

Dalla destra ecco apparire il cappello ad apertura robotica dei suoi cyber petali/ cyberpiume che si illumina e presenta un appesantito e legnoso Jay Kay.

Jamiroquai durante Corner of The Earth

Jamiroquai durante Corner of The Earth

Senza soluzione di continuità ecco “Little L” e poi la sorpresa, il boato: “The Kids”, 1994 e oltre 13.000 persone in estasi, dopo solo 10 minuti.

E’ un enorme, polveroso dancefloor di gioia, sembra di essere invasi da molleggiati smile umani.

L’invasione è certificata dal ritorno dello “Space Cowboy”, i Jamiroquai non sbagliano un colpo, il groove è portato in maniera sontuosa da mr. Turner, Derrick McKenzie e Sola Akingbola. Senza effetti speciali, solo tocco e sentimento.

Tre le coriste al seguito, due uomini alle molteplici keyboards, un percussionista e un dj.

Rob Harris alla chitarra, tra soli e funkymotion appare visibilmente travolto da un dirty pleasure  durante il solo della indomabile “Superfresh”, tra le migliori riuscite del nuovo album “Automaton“.

Jay Kay, visibilmente affaticato da metà concerto, scherza con il pubblico su i suoi prossimi 50 anni e le sue condizioni. “I need to fuckin sit down” precede una breve riflessione su Donald Trump e la politica mondiale, fatta di “folli” che apre a “Emergency on Planet Earth”.

1993, classe infinita, sicuramente uno dei migliori brani a livello di esecuzione. Trovarne uno in realtà è impossibile, non una stecca, non un errore su due ore di concerto.
Ma su “EoPE” si è raggiunto un livello di empatia, sensualità e malinconia che resterà nel cuore per sempre.

I Jamiroquai lasciano la terra e riprendono il viaggio nel cosmo, “Cosmic Girl” è un’esplosione.
Iniziano ad apparire soggetti strani, il nostro Contadino documenta tutto, anche quello che non potrebbe, prima di venire fagocitato da una coppietta zainetto di pelle bianca al seguito.

Soprattutto il nostro esperto vinilico e viticolo è convinto che “We can do it” sia l’eversione funky di “Hotel California”.

Accelerata decisiva con “Runaway”, che fa da preludio a “Canned Heat”.
Lunga intro, Jay Kay capisce che il pubblico freme e detta i tempi, un altro giro di intro, ancora un altro.

I used to buy my faith in worship” è il segnale, impossibile restare fermi, Firenze è un unico turbinio di gambe, teste, braccia. Come campi di grano travolti da venti tridirezionali.

Il bis è un lungo caldo abbraccio, “Virtual Insanity” è il manifesto programmatico dello stile dei Jamiroquai. Jazz, soul, funky e una voce fuori dal comune a legarli insieme.

Ore 23.20, il concerto è finito ma accade qualcosa.

La scossa lasciata da Jay Kay e soci si protrae, parte “Loser” di Beck e il pubblico rimane lì, a popolare la venue, a ballare.  Sembra una piccola Woodstock, tutti avvolti nella polvere, persone denudate persone semplicemente felici.

Intere comitive iniziano a disegnare enormi girotondi saltanti, Jamiroquai ha compiuto ancora una volta il suo miracolo.
Ma gli organizzatori decidono di abbassare il volume, troppa la voglia di sfollare, in fondo con i token venduti erano già soddisfatti, perché far restare la gente a divertirsi?

I misteri d’Italia, ma prima o poi glielo chiederemo di persona.

La setlist di Firenze 2017.

Shake It On
Little L
The Kids
Dr Buzz
Space Cowboy
Superfresh
White Knuckle Ride
Cosmic Girl
Corner of the Earth
Cloud 9
We Can Do It
Emergency on Planet Earth
Runaway
Carla
Hot Property
Canned Heat
Love Foolosophy

Virtual Insanity

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