Altra session, stessa location. Ritorna #PopUpNext nella suggestiva Officina32.

Questa volta sono protagonisti della session i Limitude, un duo di Forlì composto da Leonardo Gatta e Guido Donati.

I Limitude è un progetto in piedi da un annetto circa, la cui musica per farla facile e immediata verrebbe definita elettronica… ma ormai questo termine è il più magnum dei mare magnum, per cui è necessario andare fino in fondo e capire l’origine di questo duo.

Questo è stato possibile dopo una simpatica chiacchierata avuta con Leonardo che ha spiegato bene il loro avvicinamento a questo mondo fatto di sintetizzatori.

Prima di ogni cosa, che cos’è Limitude? Un inglesismo che ha inghiottito un latinismo? Un neologismo?

“Sì, è un neologismo… ma non troppo. Nasce dall’ unione di due parole esistenti però di fatto non esiste.

Limit + tude, in pratica è lo studio del limite.

Per due ragioni, intanto foneticamente suonava bene mettere insieme queste due parole e poi perché richiama il nostro suono che va a mescolare vari limiti di genere, dall’hip hop, all’ r’n’b, al soul (come lo chiamano in molti)… tutto questo per trarne originalità.”

Se voi foste una canzone (non vostra) che titolo ti verrebbe in mente?

“Beh direi Retrograde di James Blake. Era quello che stavo suonando il giorno in cui Guido si è avvicinato a me incuriosito dal mondo dell’elettronica. Io venivo da un progetto un po’ più acustico, lui dalla tecno.

Dal 2017 abbiamo iniziato a lavorare, studiare e sperimentare e a dicembre poi è uscito Bosch.”

 

Notavo un terzo personaggio nella session. Come mai la scelta di introdurre la batteria per questa occasione?

“Come dicevo prima, il nostro suono comunque è uno studio continuo, è sperimentazione costante. Stiamo cercando di avvicinarci più al mondo pop, alleggerire i suoni e dare un ritmo un po’ diverso.

La batteria era sicuramente lo strumento adatto per dare questo tocco di pop che volevamo.

Abbiamo deciso di sperimentare la cosa in occasione della live session e abbiamo chiesto a Tommaso Stenghellini di accompagnarci in questa esperienza. E’ stato sicuramente “scomodo” per questioni di spazio ma ne è valsa la pena.

Siamo partiti tutti e tre nella stessa auto tra strumenti e noi tre, abbiamo viaggiato in modalità “tetris” ma è stato comunque divertente dai.”

Dal vostro modo di fare, suonare, scrivere e cantare emerge un’aurea tetra, crepuscolare… particolarmente blue. Lo stato d’animo è quasi palpabile. Di cosa parlano i vostri testi?

“La tematica ha una matrice inconscia. Bosch è un disco che viene dall’abisso per due ragioni: intanto perché era tanto che non scrivevo, dunque ero lontano ormai dal cantautorato; poi la seconda ragione è di natura emotiva che si poggia bene in questo mondo sonoro.”

Che intenzioni avete per il 2019?

“L’intenzione è quella di smussare un po’ il nostro suono, renderlo più pop, come dicevo prima, più orecchiabile, mantenendo comunque la nostra matrice. Stiamo sperimentando nuovi orizzonti, ma sempre relativamente perché non ci discostiamo dalla nostra natura multiforme.

Manteniamo le nostre atmosfere elettroniche, ma con l’introduzione di ibridi.

Attualmente stiamo lavorando al prossimo EP, dovremmo finirlo a breve.”

di Marta Paluccio

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