Ho fatto un sogno la scorsa notte, ma non era il solito sogno. Non era l’ennesimo incontro coi pensieri che ti affollano la mente durante il giorno e che trovano poi sfogo col sorgere della luna.

 

Camminavo tra colonne e palme verdi, sintetizzatori, chitarre e amplificatori che si radicavano nel terreno con lunghi e nodosi jack e si mimetizzavano alla perfezione con quello che era il contesto ideale per parlare di misticità e little dark ages.

Le luci erano lunghe e soffuse e mi guidavano tra le mille sfumature che il rosso può offrirti, per poi cadere nel verde e nel blu, ma solo per ricominciare nuovamente da capo. E sì, quello era il mio posto.

Due le guide spirituali ad accogliermi all’interno di questo cammino: Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden: al secolo gli MGMT. Serafici (e opinabili aggiungerei) nei loro dolcevita bianchi, quasi quanto i loro visi, ma questo non so se causa delle loro note abitudini lisergiche o meno.

Mentre i due si inoltravano in questa fitta rete di vegetazione biosintetica ho iniziato a guardarmi intorno ed ho capito di trovarmi all’Estragon Club di Bologna e di essere circondato da una folla di rara ampiezza e colore.

Uno solo il puntino nero che scorgo proprio al mio fianco. E no, il colore che riflette non è quello dei suoi abiti, semmai del suo umore. Calcutta.

Perché Calcutta è qui e soprattutto come fa a rimanere così impassibile davanti tutto ciò? Non starà mica cercando il punto migliore per buttar giù una svastica? Non m’importa anche perché ho iniziato a sentire suoni a me ben noti provenire dal palco. Sono le 21:45 e tutto inizia ad andare molto bene.

Un’intro musicale dai toni molto drammatici ha iniziato ad invadere lo stabile, un enorme schermo luminoso proiettava architetture rotanti e volti fumanti, il tutto mentre la traccia che dà il titolo al loro ultimo album, Little Dark Age, inaugurava lo spettacolo nel migliore dei modi possibili.

When you lie è il secondo brano in scaletta, ma prima di essere accompagnati in quel mondo bramato da tutti i presenti bisogna aspettare il terzo brano. Lo vediamo arrivare al galoppo di una renna poligonale dalle corna e dagli zoccoli luminosi e le prime note scatenano già il furore della massa: è Time to Pretend. Un pezzo di storia indie ci sta passando davanti.

Mi sono voltato per vedere se almeno questo avesse scatenato una qualche emozione in colui che in quel momento impersonificava l’Essere Indie in Italia, ma niente.  Nulla traspare. Fermo, magari col cuore a mille, ma una poker face per alcune circostanze invidiabile. Vabé.

She works out too much segue a ruota ma risulta incapace di reggere il passo, cosa che invece hanno saputo fare in successione Alien Days, Flash Delirium, James e Weekend Wars, introdotte da un cambio luci notevole che se prima ci ha portati nel buio pesto, ha poi iniziato a proiettare ovunque piccole sfere di luce bianca. Rotando intorno vorticosamente, queste hanno saputo creare un’atmosfera ancora più onirica di quanto non lo stessero già facendo i nostri putti malvestiti dal loro pulpito.

Proprio prima di quest’ultima canzone, Ben e Andrew ci hanno tenuto a precisare che il brano che avrebbero eseguito (e sicuramente non solo quello) era stato scritto stimolati da sostanze lisergiche e puramente ricreative. Il polpo dai tentacoli perlati che inizia a delinearsi alle loro spalle e le proiezioni in presa diretta del pubblico, stilizzate come fossero stickmen colorati ne sono l’ulteriore conferma, così come lo sono le melodie lunghe e sognanti che perdurano per tutta Siberian Breaks.

Questo è stato il brano in cui anche i 3 musicisti che hanno accompagnato il duo di Brooklyn hanno trovato spazio e si sono lasciati andare come finora non era ancora accaduto in tutto lo spettacolo. Ho apprezzato molto, perché la loro solidità ha dato sicuramente un valore aggiunto al tutto e costruito pilastri ben saldi su cui muoversi amebicamente spinti dalle vibrazioni positive della loro musica.

Tocca ad Electric Feel riportarci sulla terra ma solo per ballare e per continuare a farlo ancora con Me & Michael. Quello che scopriremo di lì a breve non essere il vero finale prende la forma di quell’altro pezzo di storia che è Kids, come spesso accade nei loro live nella sua versione miscelata al tema di Neverending Stories.

L’apice dell’esibizione è stato ormai raggiunto e i brani suonati durante l’encore dello show, When you’re small, The Handshake, TSLAMP e Brian Eno,  seppur arricchiti da una componente acustica che ha saputo rendere il tutto ancora più intimo, non sono stati esecutivamente all’altezza della situazione.

Le luci vengono riaccese, ma questa volta per strapparci il sogno di mano. Il tutto mentre LUI è ancora lì, fermo e triste a contemplare chissà cosa.

 

Mi sveglio. Il ricordo è quello di un concerto fantastico e i postumi sono della medesima intensità. Per fortuna il tour mondiale che sta portando gli MGMT nuovamente a incantare il pubblico più vario li ha riportati qui Italia e io mi riaddormento un po’,.

Magari ritorno lì e stavolta, tra le palme e le loro soluzioni “magiche”, finisco pure col trovarci una nuova casa.

 

di Antonio Cox Ferraro

Foto di Lorena Bucur

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