Live Report

|Live Report| I BADBADNOTGOOD a Villa Ada

La frenesia dei Canadesi BADBADNOTGOOD sul Palco di Villa Ada 

Parto dal presupposto che a me il jazz non piace.

Subito intervento durissimo a pochi secondi dal calcio di inizio sanzionabile con almeno due anni di interdizione da tutte le aree del Pigneto. La mia visione pregiudiziale è sempre di questi musicisti-demoni che se la raccontano pure nel voler fare gioco di squadra ma in realtà si sfidano tra di loro per primeggiare su chi ce l’ha più lungo. Squadre composte da tanti Cristiano Ronaldo che devono dimostrare di essere fenomeni più degli altri.

Sicuramente è un bias, una mancanza di obiettività. Sicuramente non sto dicendo che Duke Ellington era un cialtrone. Dico che non è my cup of tea, che nel mio wrap Spotify di fine anno non troverete jazz e suoi derivati tra i cinque generi più ascoltati. Sono gusti.

So riconoscere però le opportunità. Se un giorno mi trovassi Bottura a cucinare per strada, nonostante il mio abbonamento Deliveroo – naturale immagine di un totale disinteresse nell’applicazione dell’arte culinaria, mi fermerei a guardare con sincero interesse. Il talento si rispetta. Che è poi il motivo per cui mi trovavo a villa Ada dopo una sfiancante domenica di luglio romana.

I BADBADNOTGOOD sono dei musicisti fenomenali. Glielo si riconoscerà dopo averli sentiti sul palco.

A detta di un’insider del backstage pare siano anche abbastanza fumantini e che per qualche incertezza nell’hospitality abbiano sfondato una porta del camerino. Ma si tratta di futile gossip per impegnare il tempo dopo gli ottimi “ON”, trio di apertura di lusso (Riccardo Sinigallia, Adriano Viterbini, Iceone) che si lascia andare a tutta sperimentazione, chiudendo tra gli applausi degli astanti non tanto dovuti quanto piuttosto sinceri.

I canadesi più tardi salgono sul palco con discrezione, un attacco flawless in continuità con il playback di intermezzo. Il set è molto improntato sulle visual. Cinque ombre suonano dinanzi a una pellicola 60mm proiettata sullo sfondo. L’effetto è immersivo: autostrade californiane si alternano a paesaggi esotici orientali. Le immagini non sono casuali ma sincronizzate con cognizione, c’è un evidente lavoro meticoloso dietro.

Non c’è Jazz nelle mie playlist ma scadendo amaramente nel lapalissiano la musica dal vivo è tutt’altra cosa, i BADBADNOTGOOD esaltano la tecnica e fanno guardare nell’abisso che divide chi crea melodie tiktokiane hit di classifica da chi la musica la sa fare davvero.

Il concerto è un assolo polistrumentale, una frenesia organizzata.

Galoppate rapsodiche si alternano a serenate rassicuranti, con il sassofono in questo caso a fare da padrone. A tratti spacconi nei loro virtuosismi a tratti melodici, i cinque sul palco si esibiscono in uno show-off di talento, un’esecuzione musicale da auditorium santa cecilia che ti godi in poltrona a febbraio.

Non riporterò una mera scaletta del concerto ma riporto un pubblico, anche lontano dal palco, rispettosamente in silenzio per tutta la durata dello show; la voglia di menare un insensibile scroccone che mi viene a chiedere del tabacco nel picco di una traccia; un tizio che si lancia in solitaria in un triplo “Daje” sguaiato in un momento che non lo richiedeva affatto.

Il jazz o nu jazz o tutte le sue contaminazioni o chiamatelo come vi pare sarà sempre lontano dalle mie cuffiette ma per concertini così, quando suona gente forte come i BADBADNOTGOOD, quando vi pare.

 

di Alberto Ratto

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