Prendi un album dei Talking Heads, il genio di Brian Eno, mettici l’energia e la voce di Angélique Kidjo, mescola bene… e l’Auditorium prenderà fuoco.

Questo è quello che ho vissuto sulla mia pelle domenica scorsa durante l’ultima serata di Romaeuropa Festival che si conferma appuntamento fondamentale per la cultura della Capitale.

Ma andiamo con ordine.

Da buon fan del post punk, dei Talking Heads e della genialità di Brian Eno, non potevo perdermi un concerto dal titolo “REMAIN IN LIGHT BY TALKING HEADS” di Angélique Kidjo, tra le massime rappresentanti della world music.

Ma per capire cosa c’entra la cantante del Benin con il quarto album della band nata a fine anni Settanta alla School of Design del Rhode Island  (USA) dobbiamo fare un passo indietro, o forse un paio.

La collaborazione tra Brian Eno e i Talking Heads risale alla seconda metà degli anni Settanta. Da questa scaturì More Songs About Buildings and Food, secondo disco della band capitanata da David Byrne, che vede Brian Eno sia come produttore che come musicista. Il sodalizio tra Eno e Byrne (solista) genera continue sperimentazioni e fonde funky, country, reggae. Insieme realizzano My Life in the Bush of Ghosts sovrapponendo musica e registrazioni provenienti da trasmissioni radiofoniche americane e da brani folkloristici mediorientali, nordafricani ed americani. Per le sue sonorità etniche e tribali e la sua peculiarità compositiva, questo album può essere annoverato tra i dischi precursori della world music.

Eno e io eravamo pieni di entusiasmo dopo tutto quello che avevamo imparato e sperimentato in My Life in the Bush of Ghosts ed eravamo sicuri che si potesse realizzare un disco vagamente pop dei Talking Heads usando le stesse tecniche di registrazione e composizione (David Byrne, Come funziona la musica, Bompiani, 2013)

Da lì a Remain in Light , passando per Fear of music, è un attimo. In quel periodo la mente di Eno e di Byrne è un brulicare di disco-funk, musica araba nordafricana e poliritmia dell’Africa occidentale. Non sorprende che i contenuti di Remain in Light siano così fortemente intrisi di questi stili.

Così come non sorprende che Angélique Kidjo l’abbia reinterpretato, quarant’anni dopo, con il suo stile e la sua personalità.

Ascoltare questo disco dal vivo all’Auditorium Parco della Musica di Roma è stata un’esperienza bellissima. Già i Talking Heads avevano fatto il possibile per rendere ballabile questa musica, ma con l’interpretazione di Angélique è stato impossibile rimanere seduti sulle comode poltroncine rosse della Sala Sinopoli. Il pubblico è rimasto composto giusto il tempo dei saluti iniziali e delle prime due canzoni (del disco e del concerto): Born Under Punches e Rosseyed and Painless.

 Angélique sapeva che non era facile portare sul palco un disco così in un contesto del genere. Così ha studiato ad arte la scaletta: è stata impossibile, immorale, se non addirittura illegale, non ballare.

Nella cover di Pata Pata (Miriam Makeba) l’Auditorium è esploso. Anche le coppia di anziani seduti davanti a me non sapeva più cosa fare: fregandosene della pubalgia e dell’artrite si sono alzati in piedi e hanno iniziato a muoversi a ritmo. La Kidjo ha ripreso le poche persone che ancora erano sedute e poi è scesa tra il pubblico continuando a ballare e a camminare tra le file della platea.

Da qui in poi l’artista africana è stata un vulcano. Anche nei momenti più melodici e negli intermezzi è riuscita a tramettere tutta la sua energia. Anche quando celebra la Giornata mondiale Contro la Violenza sulle Donne lo fa a modo suo: senza avviare un dibattito politico, ma con poche parole sincere. Così come ci ricorda che siamo tutti una grande famiglia, senza confini o differenze razziali e sociali.

Ancora spazio per i Talking Heads con la bellissima The Overload  in cui la sua voce sembra volere davvero annullare la costrizione dello spazio della sala Sinopoli. Poi Houses in Motion quasi ad accompagnare un classico del suo repertorio dal vivo, Afrika, e la festa ricomincia. Neanche il tempo di far ricomporre il pubblico che attacca con una delle canzoni più conosciute di Byrne e colleghi: Once In A Lifetime

Da qui in poi la situazione degenera: la Kidjo invita il pubblico a salire sul palco e a ballare con lei e i suoi musicisti. In un uragano di danza, musica e ritmo arriviamo quasi alla fine del concerto.

Per il bis stupisce ancora….con una cover dei Talking Heads. Estratta però da un altro disco (Speaking in Tongues). Con Burning Down the House, Angélique affonda la spada nel cuore del pubblico bruciando di gioia tutto l’Auditorium.

di Damiano Sabuzi Giuliani

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