Per capire lo show che l’altra sera gli Wire hanno messo su sul palco del Largo Venue bisogna necessariamente astrarsi e per un momento immergersi nelle sensazioni e nelle atmosfere della scena musicale della fine anni Settanta.

Parliamo della scena punk e poi di quella che fu denominata post punk, anche se quel “post” per certi versi  (e certi gruppi) è anacronistico: il post punk nasceva e viveva di vita propria ancor prima del punk. E questo valeva tanto per la scena musicale newyorkese del CBGB dei Television, dei Blondie, dei Ramones così come per la scena del punk inglese capitanata dallo scenografico  e nichilista stile dei Sex Pistols. In questo mare magnum di riff sbrodolati e ripetitivi o accordi che ammiccavano al blues e che ricalcavano il sound erede di Chuck Berry, c’era una nicchia di gruppi che preferivano chitarre spigolose e frenetiche. Gruppi come i Wire provavano ad irrompere con uno stile nervoso che il News Musical Express dell’epoca battezzò “quickstep geometrico e convulso”.

Wire

Una definizione di questo stile musicale la riporta Reynold Simons nel suo libro “Post punk: 1978-1984”:

il post punk fu costruttivo e lungimirante, a partire dal suo stesso prefisso, segno di fiducia in un futuro che il punk aveva decretato inesistente. Per un breve periodo, il punk era riuscito a coagulare un eterogeneo vortice di malcontento in una forza contro. Ma quando la domanda si trasformò in “di cosa siamo a favore?” il momento e il movimento si disintegrarono e si dispersero, e ciascun filone rimase solo a nutrire il proprio mito sull’autentico significato del punk e le proprie prospettive future

La nostra storia comincia all’inizio del 1977 quando, pochi mesi dopo la loro nascita, i Wire debuttano al Roxy che ai tempi era l’equivalente del CBGB di Londra e, a fine anno, Pink Flag (il loro primo album in studio) era nei negozi. Austerità e brevità diventarono fin da subito il loro marchio di fabbrica: 21 tracce in 35 minuti di musica.

L’altra sera, al Largo Venue di  Roma, la band di Colin Newman ha riportato in scena proprio questo spirito. 41 anni dopo la pubblicazione di Pink Flag eccoli lì, i Wire, su un palco a far rivivere le stesse emozioni di quegli anni Settanta davanti ad un pubblico che, guardando le facce, molto probabilmente quella scena e quelle emozioni le aveva vissute veramente sulla sua pelle fino al midollo. Non è stato uno spettacolo per molti. Ma quei pochi che c’erano hanno appezzato e capito fino in fondo quella chitarra distorta come carta abrasiva sull’acciaio, e quel basso che svolgeva non solo il ruolo di impalcatura ritmica ma a tratti anche il ruolo di prima voce strumentale, facendo melodia anche quando era rilegato a sostenere il ritmo.

Wire

Chapeaux alla programmazione del Largo Venue che, pur privilegiando la scena pop (italiana e internazionale), lascia comunque sempre spazio al rock alternativo che difficilmente si riesce a sentire nei grandi club romani.

di Damiano Sabuzi Giuliani

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