Atmosfere cupe e \m/ in aria: chitarrone elettriche vecchie maniere in scena al Monk, con i Preoccupations sacerdoti di un rito tutto a base di ansiolitici e noise.

Non c’è alcuna fretta di iniziare a Via Giuseppe Mirri. Per chi si attanaglia sul dilemma del rispettare l’orario di inizio del concerto indicato sul biglietto, il Monk si rivela sempre molto comprensivo, sopratutto con chi è fedele alla mobilità Atac e ai suoi aleatori orari d’arrivo.

C’è tutto il tempo per ambientarsi allora e scoprire nella bacheca degli artisti in programmazione che i Modena city Ramblers sono ancora carichi di rosso vigore e in tour in giro per l’Italia. Sognando una loro esibizione a Gorizia nella giornata commemorativa delle foibe, si consumano chiacchiere e alcolici.

Respiro il mood generale del pubblico pagante, molto omogeneo nella composizione, caratterizzato prevalentemente da facce un po’ incazzate senza un motivo ben definito.

Lo stage allestito è senza fronzoli e non concede troppa mobilità alla band. Non se ne sente l’esigenza. Lo spettacolo attacca con Newspaper spoon, manifesto dell’album d’esordio, quando la band si chiamava ancora Viet Cong.

 

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Un post condiviso da Giacomo Sestini (@giacomoses) in data:

 

Il brano definisce quello che sarà il leitmotiv di tutto il set: una batteria incisiva su riff sporchi e granitici, con la voce di Flegel a dare forma a tutte le visioni di incertezza e precarietà che permeano le liriche della band.

Espionage, che arriva poco più tardi in scaletta, dà spazio a un suono più pulito e ritmato, caratteristico proprio dell’ultimo album New Material.

La svolta maggiormente melodica dell’ultimo lavoro in studio non ha influenzato troppo il live, che a parte i brani di quest’ultimo rimane comunque ben definito sui binari di un suono ostico e grezzo.

C’è qualche momento di interazione con il pubblico che in realtà lo sbiascicante inglese-canadese del front man non mi consente di capire. “Yeah” pronunciati con sicurezza dal pubblico in risposta e si va avanti.

Parte la bella combo Antitode con il suo giro di batteria martellante subito seguita da Decompose dove, per movenze e suoni ricreati, troviamo Munro in modalità ipnotista – musicista alle tastiere, in quello che è il momento con maggiori head banging del live.

Instagram Alessio Belli

All’ottava delle dodici tracce vengono fuori musicalità più shogaze introdotte da Disarray. È la preparazione al finale – cattivo, del live.

Una pausa onirica, una tregua che i Preoccupations ci concedono dall’angoscia dei loro riff prima della devastante tripletta Memory – March in progress – e ovviamente Death.
È un’escalation di intensità e potenza,tutta la rabbia della band trova sfogo in una rapsodia dove ogni strumento vuole sovrastare il suono dell’altro, una rincorsa di almeno 8 minuti che investe tutto il pubblico, che non può fare a meno di fomentarsi insieme a chi sta sul palco.

Altre parole sbiascicanti di Matt – “Thank you” stavolta lo capisco – sudati e soddisfatti i nostri scendono, noi tra il pubblico un po’ di ansiette le abbiamo sfogate.

di Alberto Ratto 

Condividi