Live Report

|Live Report| Il lato dub della luna a Villa Ada con gli Easy Star All Stars

Foto di Michelangelo Sabuzi Giuliani

Quest’anno abbiamo iniziato i nostri report a Villa Ada con i Groundation e non potevamo non finire nel migliore dei modi, con il sound degli Easy Star All-Stars.

Su The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd c’è poco da aggiungere. Un album immenso ed eterno pubblicato nel 1973. Uscito in un periodo molto delicato della storia della band britannica, tratta di temi legati alle debolezze dell’uomo: avidità, invecchiamento, infermità e alienazione mentale e morte.

Tanti, mai espliciti, i riferimenti a Syd Barrett, che pochi anni prima aveva lasciato la band, intrapreso una breve carriera da solista per poi lasciarsi andare all’oblio del suo mondo.

Il lato oscuro della luna disegnato e raccontato da  Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason ha poco a che vedere con il satellite più famoso della Terra, anche se l’allunaggio dell’Apollo 11 e le varie missioni NASA crearono proprio in quegli anni molta attenzione, sogni e desideri di conquista spaziale.

La maturità artistica dei Pink Floyd mai era stata così cosciente: diedero vita ad un rock senza troppe etichette, ricco di sonorità e allo stesso tempo altamente commerciale, tanto da rendere The Dark Side Of The Moon uno dei dischi più venduti nella storia.

Inevitabili i numerosi tributi e le reinterpretazioni di questo disco: tra i tanti mi piace citare il lavoro in studio fatto dai  Flaming Lips.



O lo spettacolare tributo live dei Dream Theater.

Ma quello che più di tutti ha cambiato la mia percezione è sicuramente The Dub Side of The Moon degli Easy Star All Stars, che mi ha permesso di assaporare con tutt’altre sonorità questo classico senza tempo.



Metti una notte di luna piena per tre quarti nell’ennesima calda serata romana. Metti l’occasione del 50esimo anniversario dell’allunaggio dell’Apollo 11.

C’erano tutti i presupposti per rendere l’ultimo concerto dalle sonorità reggae sul laghetto di Villa Ada una serata indimenticabile. E così è stato.

Basare tutto un concerto sull’ottavo album in studio dei Pink Floyd avrebbe potuto essere un po’ riduttivo, fosse anche solo perché l’intero disco dura ufficialmente poco meno di 43 minuti.

Il gruppo newyorkese, dunque, ha pensato bene di arricchire la scaletta sfruttando la loro versatilità musicale in un sapiente mix di musica reggae che ha toccato lo rocksteady, lovers, dancehall e naturalmente il dub.

Dopo 3 pezzi di riscaldamento il concerto decolla veramente con Breathe e già con On The Run il pubblico esplode anche grazie ad un assolo di batteria che sfiora la musica tecno. Con Time si alza il livello di qualità dei fiati, soprattutto del sax che fino a quel momento è sembrato pigro o quasi dormiente. 

Poi arriva la vera prova del nove con The Great Gig in the Sky, dove il celebre assolo vocale che fu di Clare Torry viene reinterpretato e rivisitato con maestria, senza alcuna velleità di eguagliare la cantante inglese.

Nonostante sia difficile fare una classica sul livello di gradimento del pubblico nel corso della serata, direi che il picco – fino a quel momento – si è raggiunto con Money.

Gli Easy Star hanno sostituito, sopra il giro di basso creato ad arte da Roger Waters, l’inconfondibile rumore di registratore di cassa dell’intro con il rumore di qualcuno che accende e fuma il bong. 

Us and Them è l’esecuzione più delicata e allo stesso la più complessa strumentalmente arricchita da un fantastico assolo di tastiera elettrica.

Senza neanche accorgercene, ci avviamo verso al fine dello show.

Tralascio le classiche e ripetute richieste di bis puntualmente esaudite.

Basti solo citare la fantastica cover di Karma Police dei Radiohead (tratta dal loro secondo album in studio Radiodread che omaggia Ok Computer), per chiudere in bellezza la serata con una splendida versione chitarra e voce di Redemption Song di Bob Marley.

A Roma una sera d’agosto… la luna non è mai stata così vicina.

di Damiano Sabuzi Giuliani

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