Roma. Calda anche se è novembre, si gira a maniche corte di giorno, tra le stradine. Mattoni e carboidrati ovunque. Poi la sera del 9 novembre metà del quartiere Tiburtina è a luci spente, autobus strapieni di chi si rifugia in provincia, la fila al Monk per le tessere Arci.

Vietato arrivare con la Car2Go perchè sei fuori dall’aerea urbana, vietato disturbare la comunità felina che si aggira indisturbata tra i freakettoni della Roma underground, vietato rifiutare gli amari serviti in bicchieri da cocktail.

Via al primo giorno del Rome Psych Fest. E ci si aggira al Monk ancora semivuoto, Adele Nigro (Any Other) che parla con Colasanti (42 Records), i Weird Bloom che si aggirano in cortile, barcollanti e con le ossa rotte da chissà quali avventure precedenti, Mr. Island s’incanta alle prove dei suoi visual.

Due palchi all’interno del locale, ai quali si rimbalza da una parte all’altra con una precisione impeccabile, finisce un gruppo da una parte, e inizia subito un altro al palco di fronte. Una birra in mano e basta ruotare di 180 gradi alla fine di ogni set per vedersi quello successivo.

Un terzo palco all’interno del bar, il Soundreef Stage: lucine, visual e un’atmosfera così rilassata che non diresti mai che a una cinquantina di metri, dove sono gli altri due palchi, il Lupertola e l’Eyemoon, si sta scatenando l’inferno.

E poi una curiosità: al Monk, i cellulari non prendono; un vero tuffo nel passato per un bagno di psichedelia e atmosfere vintage, una disintossicazioni da internet che è stato abbastanza piacevole subire.

Any Other

Giorno 1.Apre le danze Any Other, impeccabile, sentimentale, precisa, aggressiva, ossimorica e fragile. Ancora poca gente ad animare e seguire il set, a tratti asettico, come da disco. Cambio palco.

Weird Bloom

Seguono i Weird Bloom, uno con la scapola rotta, uno con la tendinite, sembrano sopravvissuti a una tempesta nel deserto, a un viaggio nel tempo che li ha catapultati nel 2018 dagli anni Sessanta. Di una genuinità pura e virtuosa a cui è stato difficile resistere, e il pubblico del Monk comincia ad ondeggiare.

Intanto attacca al Soundreef Stage, il minimalismo techno tropicale di Mr. Island, chino e silenzioso sulle sue macchine mentre alle sue spalle scorrono le immagini di un viaggio in Sudamerica. Cambio palco.

Ought

Dagli anni Sessanta si passa agli anni Ottanta, e il puro post punk degli Ought, arrabbiati e scuri, ma fuori contesto. Un timbro di voce profondo e caldo, tipico del genere, intenso, che non concilia la trepidante attesa per i Go!zilla, che fa fremere i trepidanti psych-fans più accaniti che danno ormai le spalle agli Ought, aspettando i fiorentini ex Black-Candy invadere il palco.

Go!zilla

Headliner ad honorem della prima giornata del Rome Psych Fest, devastanti, distruttivi con un’innegabile attitudine irriverente, punk. Il loro ultimo album Modern Jungle’s Prisoners si conferma, anche dal vivo, tra le più interessanti uscite discografiche italiane dell’anno: considerare come prove a favore sudore, squilibrio e spintoni. Ahimè, cambio palco.

Dead Meadow

Gli statunitensi Dead Meadow, placidi e professionali, fanno da sottofondo, e che sottofondo, per l’ultima ora di questo venerdì atipico. Segue chi, con le orecchie sfondate e le gambe a pezzi, si avvia strascicando a casa.

Franiko Calavera e Davide Toffolo

Giorno 2. Davide Toffolo che parla con chiunque, presenza vagante e affettuosa, in giro per il Monk. Gli argomenti: il suo viaggio in Sudamerica un po’ folle fatto a gennaio, l’Istituto Italiano di Cumbia, la sua nuova graphic novel “Il cammino della Cumbia” in uscita il giorno dopo, segue presentazione sugli stessi argomenti.

Attaccano intanto i Mamuthones, stravaganti, serrati, una macchina da guerra di synth ironici (richiami alla Devo), chitarre ferrose e fanculo i Jennifer Gentle, Alessio Gastaldello è questo che deve fare e nient’altro. Cambio palco, Bee Bee Sea. Devasto.

Bee Bee Sea

E tanto è tesa, sporca e asfissiante la situazione al Monk, tanto è rilassata intima e sussurrata al Soundreef Stage dove suona Sacramento (in solo, voce, chitarra e pedalini), il nuovo dilatato e soffuso progetto lo-fi de La Tempesta che condensa tutta la scena composta da Kurt Vile, Alex Cameron… scivolando abilmente su nobili temi quali pizza e milkshakes.

Sacramento

Non è facile mantenere la concentrazione tra gli ordini della cena, birre versate e coda per il bagno, ma facendo attenzione si nota come Stefano Fileti, frontman della band, sia riuscito a ipnotizzare i più camerieri più indaffarati.

Un problema con un microfono, non vola una mosca, come se stessimo assistendo segretamente a una session in cameretta, e il minimo sussurro possa farci scoprire. Segnare: riscoprire Sacramento dal vivo in formazione completa.

Idris Ackamoor & The Pyramids

Si torna ai palchi, gli Idris Ackamoor & The Pyramids stanno per finire, derive jazz che si proseguono e contaminano di noise e lamenti popolari con l’arrivo dei Fumaca Preta. Intanto dall’altra parte Davide Toffolo mette su una playlist a base di cumbia (ma va?), ad una certa partono anche gli Indianizer, che forse non avrebbe stonato così tanto vederli al dal vivo al Rome Psych Fest.

Meridian Brothers

Chiusura vibrante e sensazionale con i Meridian Brothers, a proposito di cumbia, e mutanti vibrazioni folk, psichedeliche. Un viaggio ai Caraibi, prima di mettersi il cappotto e tornare a casa, stavolta sapendo, ahinè, di non avere una terza giornata di Rome Psych Fest.

di Morgana Grancia foto Laura Colarocchio

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