Concludere ottobre a Berlino è: ritrovarsi in coda ovunque, a tagliarsi la pelle nel vento, ad avanzare con il naso nella sciarpa costeggiando l’East Side Gallery e ascoltare Wonderwall da almeno tre buskers diversi, vedere sfrecciare ciclisti, farsi strada tra la folla dei locali, ad assorbire tutta la techno che invade le strade, ad osservare ragazzine scosciate strafatte, tassisti e vaghi fumatori d’angolo. Caotica e ossimorica, Berlino è il bulimico cuore culturale d’Europa.

E lo scorso venerdì 25 ottobre, in questa Berlino brulicante di schiamazzi, sorrisi offerti e kebab pomeridiani, sembra aprirsi dal sottosuolo il Badehaus. Pareti in legno, guardaroba a un euro, un caldo terribile, una scelta infinita di birre in bottiglia, sidro alle mele, niente da mangiare, un palco strettissimo, sembra di essere all’Ohibò di Milano, età media trent’anni, una prima fila d’eccezione composta da cinquantenni innamorate: stasera live Stu Larsen & Natsuki Kurai.

In apertura, incredibilmente, l’italianissimo Enrico, in arte The Heart & The Void. Il Badehaus diventa così un’oasi tranquilla di folk e birrette, in una turbolenta ed elettronica Berlino Est.

Opening fantastico, preciso e intenso, ma un pubblico, come spesso accade quando si hanno di fronte cose belle e inaspettate, disattento. Salgono poi sul palco Stu Larsen e Natsuki Kurai, il primo, songwriter folk australiano dallo stile inconfondibile, perennemente in tour, sempre felice, il secondo, stravagante, improbabile esperto suonatore d’armonica giapponese, decisamente più che un semplice turnista.

Si sono conosciuti a Tokyo otto anni prima, la lingua è un grande ostacolo tra i due, ma musicalmente sembrano superare qualsiasi barriera, e capirsi benissimo. Abituati ai live di Stu Larsen, minimali e solitari, tristi, malinconici e talvolta strazianti, siamo abbastanza spaesati a vederlo con qualcun altro.

Lui e Natsuki hanno le loro scenette tra un brano e l’altro, si guardano e ridono senza motivo, mostrando un legame intenso che solo chi ha macinato chilometri su chilometri insieme può instaurare.

Il repertorio del concerto non mostra niente di particolare: la timida San Francisco, la leggera Going Back To Bowenville e la sentita By The River. Ciò che colpisce sono i nuovi arrangiamenti armonica + chitarra, formula poco collaudata se non in situazioni di busking in panorami un po’ vintage, che però convince, e ipnotizza.

Uscendo dal Badehaus si torna al freddo e caos di un venerdì sera berlinese, improvvisamente. Come se un concerto folk fosse una quieta parentesi in una vita frenetica, un’ora e quarto di meditazione, l’effetto di un corso di yoga per chi odia i tappetini e preferisce alcol e locali sudati.

di Morgana Grancia

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