Live Report

|Live Report| Monk sold out per il live di Wild Nothing

Sguardi bassi a fissare le scarpe e dondolio armonico: il racconto di un venerdì sera con Wild Nothing.

Ad aprire la serata ci pensa la formazione italiana ma english speaker Malihini, formata da Giampaolo Speziale e Thony – che prima dei video ITPOP incarnava al meglio lo stereotipo della ragazza indie nel film di Virzì “Tutti i santi Giorni”.

Il duo, presentando il nuovo album uscito proprio lo stesso giorno del live, apparecchia il tavolo della serata facendo accomodare il pubblico su melodie morbide e intime, ricordando vagamente sia i primi XX che, quando parte qualche piccolo synth, una beach house che affaccia sul mare di Ostia lido.

La raucedine dichiarata dalla cantante non rovina l’atmosfera e non pregiudica troppo la performance sul palco, apprezzata non solo dai fedelissimi accorsi in anticipo ma anche da chi come me si è presentato al Monk per ascoltare un’ altra band.

Il gruppo creato da Jack Tatum si presenta più tardi esordendo con Nocturne, dall’omonimo e splendido album dalle sonorità e liriche marcatamente morrisseyane che li ha lanciati a livello internazionale.

Il brano dipinge e sintetizza tutta l’estetica del live, fatto di tinte shoegaze e chitarre armoniose che ci accompagneranno in un continuo ondeggiare per le successive ore in loro compagnia.

Ciò che emerge è la piena rinnegazione di quello che è stato il prodotto più distante dalle sonorità classiche della band; quel Life of pause del 2016 dichiaratamente presentato da Tatum come album di rottura e dall’identità più sintetica.

Whenever I – nemmeno troppo rappresentativa dell’album, viene eseguita come contentino di rappresentanza, mentre brani potenzialmente di grande presa come Lady Blue o Japanese Alice vengono accantonati in favore di una coerenza melodica che regala grande uniformità al suono della serata.

La scaletta del live è difatti sbilanciata nei confronti dell’ultimo lavoro in studio Indigo, che copre quasi la metà di tutti i brani suonati, in cui Wild Nothing ritorna proprio alle sonorità dei primi album.

È un’ammissione di colpa, un messaggio ai fan a cui si chiede scusa per la piccola sbandata e si riprende il sentiero della prima infatuazione.

Vengono proposti anche brani meno noti tratti dagli EP Evertide ed Empty Estate: belle chitarre piene sovrastano il palco e i sintetizzatori sono scacciati via, rinnegati. Un more of the same effettivamente ben riuscito che tiene lontane le oltraggiose idee di rinnovamento.

Lo shoegaze effettivamente riesce bene, benissimo a Wild Nothing.

Un ensemble armonioso i cui componenti si integrano a meraviglia, puliti e leggeri, alternando momenti più ritmanti ad altri dalla filosofia quasi orientale e zen.

I brani di Gemini e Indigo si susseguono quindi uno dopo l’altro amalgamandosi perfettamente, arrivando così al finale, che non poteva non essere un brano di Nocturne: la bellissima shadow, squillante e gioiosa.

Il pubblico ha avuto quello per cui ha pagato, Wild Nothing si è esibito in quello che gli riesce meglio.

di Alberto Ratto foto Francesco Sacco

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