Voglio iniziare il racconto degli Zu con un’esclamazione che di solito detesto: che bomba! Oppure, come direbbe Pretty Woman dopo l’opera: “Mi si sono aggrovigliate le budella!”. E potrei concludere già così, ma andiamo con ordine.  

Stasera vado al Monk, dove ci sono gli Zu. Formazione originale: Jacopo Battaglia alla batteria, Massimo Pupillo al basso (per cui io ho una sorta di venerazione, fatemelo scrivere sospirando) e Luca T Mai al sax. Si unisce a loro Mats Gustafsson, immenso sassofonista free jazz svedese. In realtà si riunisce, dopo circa 7 anni dall’ultimo live, in quanto questo gruppo atomico è esattamente quello del 2005, anno dell’uscita di “How to raise an Ox”, disco che torna oggi in ristampa.

Gli Zu sono conosciuti a livello internazionale soprattutto per essere qualcosa di inaspettato, diverso (fortunatamente) da tutto ciò che viene proposto.

Classificarli rischia di essere quasi limitativo, di solito preferisco più catalogarli in base all’emozione che trasmettono, che etichettarli e racchiuderli in un solo genere. Come mi ha scritto anche un mio amico con cui mi trovo perfettamente d’accordo: il risultato della loro esibizione sei tu che ne esci ribaltato, fisicamente colpito oltre che psicologicamente, qualcosa che senti che ti invade il torace e la testa e poi… boom!

Be’, durante il live siamo rapiti e devastati da boati che vanno dal noise rock al metal, dal no-wave all’elettronica, che a un certo punto si fondono, non appena sale sul palco, con l’estrazione free jazz più moderata di Gustafsson, il quale, massimizzando il suo minimalismo, ci dona il colpo di grazia illuminata a suono di sax, facendoci felicemente secchi.

Creano un’arte urlante, grida di sax che si rispondono fra loro, colpi di percussioni e tutto legato dal suono di Pupillo (sì, si capisce che sono di parte, lo so). Piccolo  particolare che rende il tutto ancora più mistico: per andare a bere bisogna uscire fuori, dove parallelamente c’è una serata di balli latini. Uno sbalzo che è totalmente un trip.

Quei suoni, che a volte sembrano ripetitivi, ancora meglio danno modo di far penetrare Gustafsson, il quale violenta benevolmente la nostra attenzione, già squarciata e incantata, ipnotizzata da una ritmica ossessiva. I loro movimenti, i due sax, l’elettronica: è una foresta incantata, un rincorrersi di belve, la ferocia della natura.

Casse potenti:post punk, post rock, post noise, post devastazione. La potenza del suono, quella che ti scaraventa e tu sei felice di farti colpire: sì, uccidimi! Dimenticatevi le buone maniere, le cordialità, i virtuosismi e le smielate: questo è sangue che ribolle, che vulcanicamente esplode. E quanto ne abbiamo maledettamente bisogno. Che ritorno, che progetto! Una bomba! Già detto?

Foto di Davide Canali

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