Dopo la frenesia dell’estate, la stagione dei tormentoni, per chi sente il bisogno di discostarsi dai ritmici ritornelli senza significato, arriva un disco per l’autunno.

Un disco pensato per chi ha bisogno di stappare una buona bottiglia di vino e ascoltare qualcosa di crepuscolare e malinconico, ma al tempo stesso fluido e confortevole.

Parliamo di “Lost Spring Songs”, il primo progetto pop-indie-folk di Andrea Calvo, in arte Grand Drifter, prodotto da Paolo Enrico Archetti Maestri.

Andrea Calvo, con la tenuità del suo timbro di voce gentile e il suono rilassante delle sue corde, riporta le menti più riflessive a cullarsi sull’onda della nostalgia. Nostalgia (da nostos “ritorno” e algos “dolore”) è quel malessere causato dal desiderio inappagato di ritornare, che sia in un posto o in una circostanza.

Ciò che manca più che mai è il desiderio di vivere la musica come massima forma di espressione, qualcosa di spontaneo; dunque si parla di una forma di malinconia dovuta all’utilizzo del bene musica, come strumento commerciale richiesto in base alla propria funzionalità. Questo ovviamente fa venir meno l’aspetto introspettivo. E’ forte dunque il desiderio di una musica più vissuta che “da vendere”.

Per questo Grand Drifter, riesce a riportarci negli anni in cui il business musicale non era il focus principale. Produce un suono molto più retrò con i suoi brani decisamente ispirati ai Beatles e con la dolcezza del suo canto che ricorda molto Elliot Smith, generando il caldo abbraccio della nostalgia.

In occasione dell’uscita del disco (12/10), Andrea Calvo ha risposto a qualche domanda per dar modo agli ascoltatori di contestualizzare i brani:

Marta – Partiamo dal titolo. Perchè “Lost Spring Songs”?

Grand Drifter – Volevo un titolo che spiegasse che siamo di fronte ad una collezione di canzoni, come si faceva nei dischi degli anni ’60. E che il senso, il centro, di questo disco fosse il comporre musica, lo scrivere canzoni, il rivendicare la musica come un preciso mezzo di espressione, terapia ed emancipazione di sè stessi, anche e soprattutto oggi che la musica non ha più (purtroppo) la funzione e la posizione centrale nella vita delle persone come aveva un tempo. Quindi doveva esserci il termine “songs”.

“Lost Spring” invece fa venire in mente qualcosa di malinconico e perduto, poi ha soprattutto un bel suono e questo è quanto.

Marta – Perchè Grand Drifter?

Grand Drifter – Mi piacerebbe darti una spiegazione mistica, tipo come quando John Lennon disse di avere sognato un uomo con una torta fiammeggiante con su scritto Beatles con la a invece della e. (Paul McCartney pare ci abbia creduto, ci scrisse poi anche una canzone!), ma sarò sincero e ti dirò che non ho avuto nessuna rivelazione particolare!

In realtà il nome è sempre una scelta, e ogni scelta è difficile, soprattutto se poi indica una identità e quindi te la devi portare dietro. Grand Drifter è aperto, potrebbe contenere una band, ma si manifesta come solista. La storia è questa. Leggevo qualcosa sulla Beat Generation, saltò fuori un elenco delle tipologie di vagabondi americani e quindi “drifter”, lo straniero (in genere di poche parole) che arriva in un posto, ci sta per un po’ e poi se va come era venuto.

Ma il nome non va preso alla lettera, ognuno ci vede quello che vuole, è come il nome sulla scatola. E la scatola la devi aprire per vedere cosa c’è dentro veramente.

Marta – Parliamo un pò del backstage artistico. Chi è Andrea, come nasce la sua personalità musicale? Coltivata da piccolo o vocazione improvvisa?

Grand Drifter – La musica c’è sempre stata nella mia vita, sin da bambino, da che ne ho ricordo.

Suonavo il pianoforte e la chitarra e passavo le giornate in solitudine ad ascoltare dischi e cd dei miei eroi.

Che fossero i Beatles o Mozart, studiavo musica per capire come funzionavano quelle canzoni e quelle partiture, cercando chissà cosa.

Poi c’è stato un momento, pochi anni fa, in cui ha preso il sopravvento la necessità di fare sul serio musica, di concretizzare quella che era una attività sì importante, fondamentale, ma non così principale nella mia vita.

Dovevo costruire qualcosa, superare finalmente i miei fantasmi con le mie forze.

Raccogliere canzoni e melodie accumulate e provare a farle diventare qualcosa di compiuto, un disco.

Come musicista l’esperienza più significativa è stata quella come tastierista e chitarrista con gli Yo Yo Mundi nel tour di “Resistenza”.

La band di Paolo Enrico Archetti Maestri è una specie di luogo del cuore per me, e Paolo (che ha prodotto artisticamente il disco con la Sciopero Records) è come un fratello maggiore da tantissimi anni. Conserva ancora tutti i miei demo, anche quelli che non ricordo di avere registrato. Senza il suo aiuto e la sua presenza questo disco non ci sarebbe, semplicemente.

 

Marta – Come nascono i testi di Lost Spring Songs? A cosa ti ispiri? qual è la tematica principale e cosa accomuna tutte le canzoni?

Grand Drifter – I testi per me nascono sempre dopo le melodie. Ci lavoro parecchio, ma scelgo di cimentarmi con un linguaggio il più possibile semplice e diretto, cercando assonanze e lavorando soprattutto per immagini. Queste immagini il più delle volte si riferiscono a momenti di introspezione, in cui a volte mi piacerebbe cogliere una certa specie di spiritualità. Questa è la tematica principale, accomunata dall’amore. Tutte le canzoni sono canzoni d’amore.

Marta – Chi sono i toui maggiori “influencer” musicali? A chi ti sei ispirato e quanto ti sei lasciato influenzare? Quali influenze musicali sono più marcate e quali un pò meno?

Grand Drifter – Ascolto sempre tantissima musica, e quando posso ne acquisto altrettanta, dai vecchi 45 giri alle ultime edizioni deluxe in cofanetto, ma poi torno sempre agli ascolti che mi hanno segnato fin da bambino, quelli che restano per sempre. Forse scrivo proprio per riprodurre all’infinito l’emozione di quegli ascolti lì. Dai Beatles ricevo sempre in cambio una grande voglia di scrivere ancora, costituiscono un immaginario felice, inesauribile e uno stimolo continuo per me. Poi più che di influenze parlerei di personali empatie con certi modi di sentire e scrivere di altri artisti, -sempre in qualche modo debitori dei Beatles- come avviene sicuramente con Elliott Smith. Oppure Alex Chilton e i Big Star. O altri artisti meravigliosamente “fuori dal loro tempo”, sicuramente meno conosciuti, artisti magari rimasti folgorati da ragazzi da un vinile di Brian Wilson, come lo fu Epic Soundtracks. Il perimetro tracciato da autori come questi è quello che più mi ha segnato nella scrittura. Pop songs, con accordi in minore.

Marta – Ci sarà un tour per condividere in giro questo nuovo progetto? Se sì quando?

Grand Drifter – Attualmente mi sto concentrando esclusivamente sulla promozione del disco e su piccoli showcase di presentazione, da solo chitarra e voce, o a volte anche con il pianoforte. E così sarà almeno fino a inizio 2019. Dalla prossima primavera ci saranno dei live, più che un vero e proprio tour.

Marta – Tre aggettivi con cui definiresti il progetto Lost Spring Songs. 

Grand Drifter – Pop, Introspettivo, Autunnale.

Marta – Scrivimi il verso di una canzone che possa, a livello contenutistico, racchiudere l’intero album.

“Real life is nothing but the strings in your hands.” (da The Balloon’s Boy)

di Marta Paluccio

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